sabato 24 dicembre 2011

domenica 11 dicembre 2011

La raccolta delle Olive (Seconda Parte)

Il primo Post di dicembre, per la seconda ed ultima parte del racconto!

Il tempo, fino al momento di andare a dormire di nuovo, passò come il solito, tra una partita a carte ed una semplice chiacchierata. Il letto, nella loro camera, fu di nuovo il custode dei loro sogni, delle loro speranze e delle semplici aspettative che sembravano aver riempito la mente di entrambi su quella che sarebbe stata la raccolta del giorno che doveva arrivare e dei tanti altri, fino al momento della molitura che, seppur parve non farsi sentire minimamente, arrivò presto.

Da quando avevano iniziato al quindici dicembre, infatti, il tempo sembrò aver messo le ali.

Le produzioni d’ogni singola giornata di raccolto rimasero, nel complesso, sugli stessi livelli della prima, per un totale di circa novanta quintali d’oliva.

La mattina del quindici, Roberto si alzò presto, diede un bacio a sua moglie promettendole che avrebbe fatto il possibile per tornare ad un’ora decente per la cena, dopodiché si diresse, con un piccolo rimorchio pieno di quanto avevano raccolto sistemato dietro all’auto, fino al frantoio che, da casa loro, distava ben 25 km.

Una volta giunto a destinazione fu subito accolto dai due operai che si occuparono dello scarico delle sacche dalla vettura.

Entrando dentro, seppur non fosse la prima volta, fu enormemente colpito e affascinato allo stesso tempo, da tutto ciò che significava un vero e proprio sistema di molitura a freddo.

Seppur il rumore fosse assordante per un orecchio poco abituato, a lui sembrava non dare minimamente fastidio, anzi.

I suoi occhi si persero nell’osservare il perfetto giro delle macine di granito, il perfetto attrito che avevano con il pianale, dello stesso materiale, posto al di sotto di loro, il meccanismo, fin troppo laborioso, utilizzato dagli addetti per impilare le presse ed infine, pur saltando qualche passaggio, la bellezza nel vedere, come per magia, per mezzo di uno strano e caotico mezzo, il separarsi dell’acqua dall’olio.

Attese con calma il suo turno, per nulla dispiaciuto di dover indugiare di fronte a tanto ingegno e bellezza.

Nel momento in cui l’orologio appeso al muro segnò l’una precise, vide avvicinarsi il proprietario dell’intero stabile: “Ci dispiace averla fatta attendere, purtroppo in lavori come questi non si sa mai a quale contrattempo si può incorrere. Comunque adesso stiamo iniziando la lavorazione della sua oliva, preferisce rimanere per tutto il tempo, oppure tornare una volta che avremo finito?”.

Roberto sorrise a quella domanda, poi, ringraziando per la cortesia, rispose: “Non c’è problema. Ho già avvisato a casa che sarei tornato solo per l’ora di cena, se non le dispiace preferirei rimanere qui tutto il tempo. Non per sfiducia nei vostri confronti, tutt’altro, sono semplicemente affascinato da tutti questi meccanismi, tutto qui”.

A sua volta anche il frantoiano sorrise, più che felice di sapere che a qualcuno piaceva tutto ciò che nel tempo aveva costruito.

Osservando che aveva un po’ di tempo libero e che il signor Roberto sarebbe stato il penultimo cliente della giornata, disse: “Mi fa piacere sentirglielo dire. Una volta tanto, in mezzo a tutte le lamentele che ricevo per l’insopportabile rumore, è bello ascoltare una campana discordante dal coro”. Fece una breve pausa per riprendere fiato, dopodiché parlò di nuovo: “Ho notato che il cliente che dovrebbe esserci dopo di lei non è ancora arrivato, che ne direbbe di fare un accurato giro di perlustrazione, magari potrei farle vedere tutte le fasi di questo tipo di produzione, dalla prima all’ultima, cosi, tanto per passare un po’ di tempo, anche se in realtà non è la prima volta che viene qua”.

Roberto accettò con piacere.

Saltando la fase in cui il cliente arriva con il frutto, anche se fondamentale, per così dire, iniziarono con quella in cui il frutto è dato alle macine attraverso un sistema di cattura dal basso, d’aspirazione e di rigetto dall’alto. La seconda, come già accennato, invece, fu la molitura.

Il proprietario, perso nelle sue accurate descrizioni, gli spiegò che, all’incirca, l’oliva era fatta schiacciare per bene per una mezz’ora.

Più sbrigativa fu la spiegazione delle fasi successive e delle modalità utilizzate per la preparazione, con la pasta d’oliva appena ottenuta dalla macinazione, della pila posta sopra di un carrello, sorretta da un forte fulcro in ferro, destinato, a sua volta, alla compressione mediante una pressa. Ciò che ne usciva fuori era l’olio misto ad acqua, insomma, il prodotto allo stato grezzo.

Come ultima fase si ritrovò davanti a quel macchinario tanto rumoroso che all’inizio lo aveva colpito, il separatore.

Roberto cercò di capire meglio che poté il funzionamento di quello strano marchingegno, alla fine, però, si limitò ad ammirarne solo il risultato.

Il giro era finito.

Per quanto lo avesse voluto, ora il proprietario non aveva proprio più tempo da dedicargli, cosi, rimuginando su tutto ciò che aveva appena appreso, se ne tornò al suo posto in attesa di vedere anche il suo olio distinguersi dall’acqua.

Il momento non tardò poi molto ad arrivare, o così gli sembrò.

L’orologio segnava le sei e mezza del pomeriggio.

Avvicinandosi al separatore, Roberto assisté, orgoglioso, alla fuoriuscita delle sue prime gocce d’olio.

Come un bambino alle sue prime esperienze, non poté evitare di infilare la punta di un dito sotto a quel raggio denso al tatto e verde acceso alla vista. Il sapore, come ogni anno, lo stupì, ricordandogli di quanto si possa essere sempre troppo poco abituati al pizzicore e al gusto forte del olio appena prodotto.

Era felice, non c’era che dire.

La sua gioia aumentò ancora di più nel momento in cui si trovò in macchina, sulla strada che lo avrebbe presto riportato a casa da sua moglie che lo attendeva.

Anche per quel tragitto inverso il rimorchio era pieno.

Questa volta, a sostituirsi al frutto d’origine, c’era il prodotto finale, un buonissimo prodotto finale, alla faccia di chi non c’aveva creduto per niente, pensò.

Il tempo fu un lampo.

Attendendolo sulla soglia di casa, Lucia lo abbracciò forte, consapevole di essersi sentita fin troppo sola in quella grande casa vuota, poi chiese: “Allora, come è andata?”.

Gli occhi di Roberto che la stavano fissando le risposero prima della sua voce. Il loro incessante brillare fu accompagnato dalle parole di lui: “È andato tutto molto bene. Oserei dire benissimo. Ogni quintale d’oliva ha prodotto circa 20 chili d’olio”.

Non si dissero altro, entrarono a casa, si abbracciarono di nuovo, dopodiché, affamati, provvidero alla cena.

Ovviamente, per assaggiare il risultato di tanto impegno e dedizione, non mancò anche una fetta di bruschetta ciascuno, tra le altre tante cose che Lucia, sicura d’avere qualche cosa da festeggiare al ritorno del marito, aveva preparato durante tutto il pomeriggio.

La mattina dopo si svegliarono presto come sempre, pur non avendo nulla in particolare da fare.

Con l’occasione, si dedicarono alla preparazione dei doni di Natale per i parenti ed amici e alla preparazione dell’albero.

A metà mattinata si recarono al vivaio per acquistarne uno piccolo, comprarono anche qualche nuovo addobbo, dopodiché tornarono a casa, dove già in sala c’era un posto vuoto ad attendere il giovane sempreverde.

Erano l’una e mezza e già tutto era finito di sistemare.

Prima di procedere con il pranzo, Lucia si fissò ad osservare il bel lavoro fatto e, guardando anche Roberto, con voce tremolante, disse: “Sai, è da un po’ di tempo che dovrei dirti una cosa. Vista la gioia di questi giorni, questo mi sembra il momento migliore”.

Fece una breve pausa, poi continuò: “Aspetto un bambino, o meglio…aspettiamo un bambino”.

Roberto rimase in silenzio, complice anche il fatto che nemmeno Lucia sapeva più cosa dire.

La baciò e la strinse a sé fino a farle mancare quasi il respiro, dopodiché disse: “È il regalo di Natale più bello che avresti mai potuto farmi”.

Lei era contentissima di sentirglielo dire.

Attesero ancora un po’, non volendo guastare la magia che si era creata, poi andarono a mangiare.

Questa volta il pasto non fu silenzioso come di solito succedeva, anzi.

La bellissima novità aveva portato un fervore in casa che da tempo non si avvertiva più nella felice monotonia d’ogni singolo giorno.

Seduti intorno al tavolino, poco distanti dal camino, ora entrambi stavano fantasticando su che cosa sarebbe diventata la loro vita con un pargoletto in casa.

Non riuscendo a trattenere le risa che i suoi buffi pensieri gli provocavano, Roberto esplose dicendo: “Pensa quanto sarebbe bello se fosse un maschietto. Un piccolo ometto di casa. Sarebbe fantastico potergli un giorno imparare a prendersi cura del nostro modesto oliveto e della casa, non credi?”.

Lucia sorrise, consapevole del fatto che suo marito da sempre era più incline a voler un figlio maschio, poi però, pensando anche all’altro cinquanta per cento delle possibilità, disse: “E se invece fosse una femmina, ti dispiacerebbe? In quel caso potrei essere io ad impararle tante piccole cose, a cucinare, cucire, lavorare a maglia. Sono sicura che, alla fine, suo padre sarebbe contento di ricevere in dono i piccoli oggetti che lei confezionerebbe, tutti solo ed esclusivamente per lui, il primo uomo della sua vita”.

Era vero, anche nel caso di una femminuccia la prospettiva non sarebbe stata molto diversa, in fondo l’amore che li legava a quella casa e a quella terra sarebbe stato trasmesso in ogni modo.

Alla luce di tutte quelle nuove considerazioni Roberto e Lucia si rilassarono, accoccolati accanto al fuoco.

In fondo nessuno dei due aveva la capacità di prevedere il futuro.

L’unica cosa che sembrava essere certa era che sarebbe stato radioso, perché, anche se non avevano mai avuto una vita troppo mondana e sfarzosa, era nella semplicità e nel dare il valore alle piccole cose che loro, insieme al loro amore e alla loro voglia di stare sempre uniti, erano riusciti a vivere in una serenità e felicità immense che pochi conoscono.

In realtà erano più ricchi di qualsiasi altro, possedendosi sempre l’un l’altro.

Fine

Buona lettura e buona domenica! A presto.

mercoledì 30 novembre 2011

La Raccolta delle Olive

L'ultimo Post del mese, uguale per tutti e tre i Blog. E' un racconto che ho scritto qualche anno fa per un concorso e che - ogni anno in questo periodo - mi torna in mente...

La pioggia, che da giorni ormai sembrava voler allagare le campagne, aveva finalmente cessato di battere sopra i tetti della piccola Gubbio. A rubarle la scena, ora c’era un fortissimo vento gelido.

Gli infissi della finestra della camera da letto di Roberto e Lucia non sembravano accennare nemmeno ad una leggera pausa, tra un tonfo e l’altro. Il vetro era costantemente colpito dai tanti turbinii di foglie ormai secche, che - dai prati poco distanti dal casale di campagna - si alzavano continuamente, mosse dal respiro del cielo, come se volessero festeggiare quella piccola tregua, dopo aver nuotato per troppo tempo in litri e litri d’acqua, con una danza sublime e allo stesso tempo accattivante.

L’orologio sul grande comodino in legno di noce segnava già la mezza notte.

Nonostante l’ora tarda, la camera era ancora perfettamente inanimata, piena soltanto del buio di fuori e dell’ululare del vento che gli spessi doppi vetri non riuscivano a tener fuori.

Di sotto, nella calda e piccola cucina, accanto al fuoco che, ormai quasi del tutto spento, sembrava voler esulare in fretta l’ultimo respiro nel grande e vecchio camino, c’erano loro.

Stretti in una soffice coperta di lana, ragionavano su che cosa sarebbe stato il giorno dopo, fin troppo consapevoli che la ricorrenza di santa Caterina, 25 novembre, era oramai passata. I tempi della raccolta delle olive erano maturi.

Stettero lì ancora un po’, poi, con una sola mezza candela fra le mani, si diressero di sopra.

Pochi istanti dopo spensero anche quell’ultimo barlume, lasciando spazio solo al loro bisogno di dormire e all’ormai fin troppo persistente rumore dell’inverno che, seppur anticipatamente, sembrava essere arrivato già da un po’.

Il mattino dopo furono svegliati dalla flebile luce del sole appena sorto e dal gracchiare, anche un po’ stonato rispetto a quello che sarebbe dovuto essere, dell’attempato gallo del loro pollaio.

Si alzarono di buona lena, si vestirono in fretta, fecero una breve e frugale colazione, dopodiché iniziarono i preparativi per l’imminente raccolto.

Come prima cosa si diressero in garage, a prendere quei pochi teli che avevano per sistemarli sotto le piante e qualche balla per poter riportare ciò che sarebbero stati i risultati del loro lavoro.

L’oliveto, da molti anni ormai, sembrava aver riacquistato il suo solito splendore. Il verde uniforme e fin troppo fitto su quei grandi rami e la presenza nera del frutto maturo, erano i segni più evidenti e felici degli ottimi risultati che la loro cooperazione aveva portato.

Cosi cominciarono.

Durante quelle ore di lavoro non si dissero niente, ognuno occupato nella sua specifica mansione, ognuno contento di godere di quella pace naturale.

Mentre Roberto si adoperava con agilità in braccio alle sue amate olive, Lucia si occupava della sistemazione dei teli sotto alle stesse e alla pulizia accurata dei rami più bassi, non volendosi pericolare troppo altrove.

Acino dopo acino era già arrivata l’ora di pranzo.

Volendo approfittare della bellezza di quella giornata di sole, Lucia tornò a passo svelto verso casa, preparò come meglio poté un cestino colmo di vivande, dopodiché torno dove era Roberto.

Seduti sotto l’ombra di una pianta, interruppero finalmente il silenzio.

Sempre con il pensiero rivolto all’attività che stavano portando avanti, fu Roberto a parlare per primo.

Indicando tutta la vastità che avevano di fronte, disse: “Che ne dici, credi che ci vorranno più di dieci giorni per completare il lavoro?”.

Osservando anche lei ciò che la circondava, Lucia rispose: “Non saprei cosa dirti. Quest’anno, a differenza degli altri, sembra esserci un’abbondante produzione. Fare un conto più o meno preciso del tempo che occorrerà per pulire tutte le piante è un po’ difficile. Ciò che è certo è che, comunque vada, per finire in tempi ragionevoli, occorrerà impegnare sia mattina che sera, non possiamo permetterci delle pause”.

Roberto annuì, dandole ragione, poi continuò: “Non vorrei essere in ritardo con la consegna al frantoio. Come ogni anno ho prenotato per i primi giorni di dicembre, diciamo intorno al 15 o 16 del mese, giusto per prendercela un po’ con comodo”.

Finirono in breve tempo di mangiare ciò che Lucia aveva preparato, mentre continuavano a ragionare insieme sul da farsi.

Alle due e mezza del pomeriggio diedero di nuovo il via alla raccolta e al silenzio, fino al momento dell’imminente avvicinarsi del tramonto.

Al calare del buio sulla grande distesa di piante, ripresero tutto ciò che si erano portati dietro e tornarono a casa, impazienti più che mai di sapere quanto erano riusciti a staccare, oliva dopo oliva, dalle cinque piante che, in quella prima giornata, avevano sistemato.

I loro occhi s’illuminarono di gioia quando videro il peso segnato dalla bilancia posta in garage. Facendo un rapido conto, ogni pianta, mediamente parlando, aveva prodotto quasi un quintale di frutto.

Rincasarono soddisfatti.

... Alla prossima, per il resto della storia.
I Miei immancabili Estrosissimi Saluti e l'augurio di una buona serata!
A presto.

PS: Spero di postare presto anche qualche creazione "a tema"... idee, idee, idee che mi stanno frullando per la testa. Staremo a vedere.

domenica 6 novembre 2011

Di getto...

Cavoli!
E' passato un secolo, dall'ultima volta che ho aperto queste pagine. Anche se, forse perché impegnata a scrivere altro, mi sembrava fosse passato meno tempo. Molto meno, almeno.
Così, eccomi qui... senza un'idea ben precisa in testa.
Di solito, non mi succede.
Di solito, quando mi ritrovo con le mani sopra alla tastiera per un Post destinato a questo speciale mondo virtuale che è "Il Rumore dei Tasti", cerco di esserci con le idee ben chiare. Meglio... Se non molte, almeno una.
No.
Oggi, non c'è nemmeno quella.
Tanti... Tantissimi i pensieri, ma... Nulla di definito. Non abbastanza da meritare un "Post Dedicato"; insomma.
Allora...
Allora, cosa fare?
Lasciare che i giorni della settimana continuino a scorrere - ed aumentare, così, anche la già consistente distanza tra un Post e l'altro - oppure... no?!?
Oppure no.
Decido di dare questa, come risposta all'interrogativo, e di... piazzarmi di fronte alla tastiera per scrivere di getto.
Di getto... Di getto... Di getto...
Tutto quello (non tutto, tutto... via!) che mi passa per la mente.
E nella mente trovo la consapevolezza che oggi sia già il 6 novembre 2011 e - insieme - la tristezza per essermi accorta poco o niente di quanto il tempo sia volato in fretta. Tra un mese sarà la ricorrenza di San Nicolò (che adoro e che mi fa entrare completamente nel clima natalizio!) e tra due - con la Befana, che tutte le feste di porta via! - sarà già un nuovo anno.
E già so che proverò a vivere per un po' con la convinzione di provare ad avvertire un po' di più lo scorrere dei minuti, il passare delle ore e quello dei giorni... per poi arrivare (speriamo!) al novembre successivo e sentirsi ancora una volta derubati della lentezza.
Sì... sto pensando a tutto questo.
A tutto questo... Ai lavoretti che mi piacerebbe portare a termine per il Natale ormai alle porte, ai progetti da tenere ancora in cantiere ed: all'Amore!
L'Amore.
Giorgia canta: è l'Amore che conta. Giustissimo! Verissimo!
L'Amore...
Credo che potrei farlo rientrare nella categoria dei "Lavori ancora in corso", ma... non si sa perché, è un pensiero che sembra non volermi abbandonare mai.
Da cuore ferito - quando il dolore e la rabbia prendono il sopravvento - so di aver già detto un milione di volte di non volerne più sapere.
Ma...
Da spirito romantico... no.
Impossibile smettere di sperare che quel piccolo grande miracolo, quello che fa star bene insieme due persone, tanto da farle sentire come fossero una sola, sia in serbo anche per noi stessi.
E allora...
Comincio a pensare a quanto possa essere probabile o meno, che una freccia di Cupido sia pronta per me. E penso a tutte le persone che, in un modo o nell'altro, mi hanno presa in giro e/o delusa.
Non che con questo io intenda dire di essere un angioletto... come tutti, ho i miei spigoli ed i miei difetti.
Ma... la chiarezza...
Che fine ha fatto, per alcuni, la chiarezza?
E' un caso che io riesca a contare un discreto numero di persone che, in un modo o nell'altro, ha voluto farmi credere in una bugia? O è semplicemente il modo di fare maggiormente diffuso "ai giorni nostri", quindi è meglio tenere il cuore al sicuro?
Opterei per la seconda. Meglio tenersi alla larga, da ferite e da ragni che non ne vogliono proprio sapere di "uscire dal buco".
Questo il lunedì... il martedì... il mercoledì... il giovedì... il venerdì...
Poi, quando pensi di essere finalmente in pace con te stessa e con l'universo bello e contorto che ti circonda, ecco che arriva il momento...
Un attimo. Un secondo. Forse meno.
Quel brivido speciale che ti fa rimettere tutto in discussione. Quello che ti fa capire, e che in fondo sai già che non capirai, che: ci sono cose che non si possono né prevedere, né mettere al bando.
In men che non si dica, ti ritrovi a pensare ad uno sguardo, ad una mano che sfiora le tua, ad un sorriso che non se ne vuole andare dalle tue labbra. E a sperare che il sorriso che hai visto sulle labbra di lui sia fatto della stessa "pasta". Gioia pura e visibile.
Il tempo torna a non contare. E la paura di una nuova ferita ricomincia a non essere abbastanza forte per tirarsi indietro.
Sarà... Non sarà...
Tutto ciò che sai è:
- che vuoi scoprirlo.
- che la felicità è un po' come la fortuna. Una ruota che gira... non può dirti sempre male.
Sorridi.

lunedì 10 ottobre 2011

Un sogno realizzato!

Eccomi di nuovo qui!
Stavolta, la distanza tra un post e l'altro non è tantissima. E' andata bene!
Sto lavorando su nuovi racconti brevi, perché questo Blog non rimanga un mondo di parole e di pensieri troppo vuoto, ma...
Questa sera...
Questa sera, no. Niente, nuove storie.
Stasera, scrivo con una felicità particolare nel cuore perché: uno dei miei piccoli-grandi sogni si è realizzato!!!
La realizzazione di un sogno è sempre un momento speciale, ma... Quando questo succede quando meno te lo aspetti ed - anzi - proprio quando stavi per smettere di crederlo possibile e stavi per gettare la spugna, allora... allora, il sapore che lascia in bocca è molto, ma molto più dolce; di quanto sarebbe stato; se il cuore avesse continuato a sperarci.
Di che cosa si tratta?
Ok.
Probabilmente, leggendo le righe successive, a molti sembrerà di leggere un nulla. Ma... per me - vi assicuro! - non lo è stato.
E' successo ieri pomeriggio; intorno alle cinque.
Dopo due ore passate a guardare un film insieme alla zia (un film inaspettatamente non molto allegro, alla resa dei conti!), per tirarmi un po' su il morale ho pensato di approfittare del portatile della zia acceso sul tavolino e di girovagare qua e là per la rete.
Di solito, Internet è - per me - sempre un valido scaccia malumore!
Così...
Prima ho gironzolato qua e là tra i Blog (sempre a bocca aperta, per le meraviglie che si trovano di Post in Post!), poi - trattenendomi dall'accedere al sito di qualche libreria on-line, per paura di innamorarmi di qualche libro e di aumentare (così) la mia già lunga lista di letture arretrate - ho effettuato l'accesso alla mia pagina Facebook.
Vado di rado su Facebook, devo ammetterlo.
Purtroppo, ho una scarsa propensione a rovistare qua e là in cerca di qualcosa da condividere o di qualche link da inserire, per arricchire il mio profilo.
Il più delle volte - difatti - passo prima per youtube, scelgo una canzone che mi ricordi qualche cosa in particolare o che mi sia rimasta in mente per qualche motivo e risolvo così il mio problema del non aver mai troppo da dire, nel universo delle amicizie virtuali per eccellenza.
Ma...
Ieri...
Ieri, non è andata così!
Difatti, stavo quasi per cliccare sul "più" che consente l'apertura di una nuova scheda, quando la finestrella della chat si apre in basso a destra mostrandomi un messaggio di qualche giorno fa...
Leggo il nome del mittente e lo riconosco subito. Rispondo e - inaspettatamente - la trovo dall'altra parte pronta a parlarmi. E' un'amicizia accettata la scorsa settimana, una persona che non conosco, ma che - per qualche motivo a me ignoto - ha deciso di avermi nel suo elenco di conoscenze.
Anche a questo proposito, il mio atteggiamento "facebookiano" è piuttosto particolare...
Difatti, mentre in molti scansano le richieste di amicizia non note a priori, io - a patto di verificare un minimo che non si tratti di qualche virus, ma che ci sia un'identità vera dietro ad un nome - non clicco mai sul pulsante "rifiuta".
Ed è proprio su una cosa del genere che - in fin dei conti! - si basa il mio piccolo grande sogno.
Personalmente, infatti, sono dell'avviso che - salvo rare eccezioni (tipo l'essere in due città differenti o simili... non mi dilungo troppo, a proposito) - serva a poco un programma per tenersi in contatto con le persone che già si conoscono. Insomma, come disse una volta un noto comico in TV... se non ti ho cercato per tutto questo tempo (riferendosi alle persone con cui ci si è persi di vista), figuriamoci se mi salta in mente di cercare il tuo nome su "faccialibro!". Concordo in pieno!!!
Altrimenti detto, riconosco l'enorme potenziale del sistema ed il genio che si nasconde dietro all'idea, se Facebook viene visto come un modo per essere in qualche modo vicini; anche qualora non lo si sia mai stati nella vita reale.
Allora, quando a contattarti è una ragazza di diciannove anni che - nel già lontano 2004 - si è trovata a passare dalle tue parti (Gubbio!), è rimasta colpita dal manifesto che invitava la cittadinanza (e non solo) alla presentazione del tuo primissimo libro (Galeotto fu l'Sms) ed ha pensato, addirittura (perché, non è poi così scontato!) di entrare in libreria e di acquistarne una copia... Allora, sì! Sì... sono felicissima di essermi iscritta nell'archivio-persone praticamente più grande della rete, di averlo fatto con questa piccola speranza nel cuore, di aver atteso (nonostante le volte in cui ho pensato di spegnere l'account, causa il continuo sentirsi come un pesce fuori dell'acqua!) e di aver potuto constatare di persona che: Sì! A volte, i sogni si avverano!!!
Perciò...
Non mi resta che concludere questo mio secondo Post di ottobre, con un ringraziamento speciale per questa ragazza speciale... che in poco tempo a saputo regalarmi decine e decine di sorrisi e che spero di poter continuare a sentire anche nei giorni a venire. Grazie, grazie, grazie.
A tutti voi un saluto grandissimo ed un abbraccio.
Buona serata, a presto!!!

domenica 2 ottobre 2011

Mai dire...

“Mamma, io esco. Vado a fare un giro”.

Sull’ultimo scalino, con una mano già appoggiata alla maniglia del portone, aspetto di sentire arrivare la risposta dalla camera da letto.

Non ho voglia di uscire. Ma, non ho nemmeno voglia di rimanere in casa.

Di tutte le domeniche passate, questa è la prima dell’anno in cui mi ritrovo in piedi prima della sveglia. Chissà perché, poi.

Di solito, io adoro la domenica.

So che la domenica posso dormire.

So che posso alzarmi quando il sole è già altro in cielo e fare colazione con caffelatte, biscotti, yogurt, pane tostato e marmellata. Invece della solita tazzina di caffè bevuta al volo.

So che posso andarmene in giro con i capelli in disordine ed indossando una semplice tuta, senza che qualcuno mi stia a ripetere ogni dieci minuti che è l’immagine quello che conta.

So che posso abbuffarmi, a pranzo, senza pensare alla linea. Un “pallino” che, una volta preso, non ti molla più.

Quello che non sapevo ancora, della domenica, è che può essere peggio di un qualsiasi giorno lavorativo.

Può farti dormire poco.

Può farti trovare con lo stomaco chiuso.

Può farti sentire in totale conflitto con lo specchio e con il guardaroba.

Può farti…

Può farti desiderare che finisca il prima possibile.

Ecco.

Per me, questa è una domenica della seconda specie. La prima dell’anno.

Allora…

Allora, mi vesto praticamente ad occhi chiusi. Afferro la borsa, gli occhiali da sole e le chiavi della macchina. Ed esco.

Vado a fare un giro.

Non ho la più pallida idea né del dove, né del perché, ma…

L’importante è che almeno gli altri non si accorgano del mio umore nero di domenica mattina.

In famiglia, il mio “ottimismo festivo” è praticamente un dato di fatto.

Così, zittito lo stereo perché anche la musica mi da fastidio, mi lascio la casa alle spalle ed imbocco la strada principale.

Dove vanno le persone, quando sono di umore nero?

In un primo momento, penso che starmene all’ombra di una pianta del parco cittadino potrebbe fare al caso mio.

Poi, però, immaginandomi circondata da bambini urlanti, da cani irrequieti, da genitori e padroni sull’orlo di una crisi di nervi per riuscire a tenere sotto controllo ogni genere di situazione; decido di abbandonare subito l’idea.

No. Il parco, di domenica, non fa per me. Ho l’umore nero.

Allora, rimettendo in moto il cervello, mentre la macchina continua ad andare, vaglio rapidamente altre possibilità.

Andare al solito bar, in cerca degli amici: No. Perché, non sono in vena di chiacchiere.

Andare al lavaggio auto per far fruttare almeno un po’ la mattinata e spuntare un’incombenza dalla “lista delle cose da fare”: No. Perché dovrei, come minimo, affrontare più di mezz’ora di fila.

Andare in libreria, aperta a domeniche alterne, e vedere cosa ha da offrire nel settore novità: No. Perché, ci manca poco che mi tocca chiedere la licenza edilizia; per la catasta di letture arretrate che c’è sul comodino.

Andare… Andare…

Ecco! Trovato.

Potrei andare al centro commerciale, aperto tutti i giorni dell’anno all’infuori di poche festività, infilarmi nel negozio di belle arti ed acquistare dei nuovi colori ed una nuova tela.

Sì!

Con il ticchettio della freccia a destra come unico sottofondo ai miei pensieri, parcheggio e mi avvio verso l’ingresso della bottega.

È un posto che sa farmi sentire bene. Un rifugio sicuro per ogni artista, credo.

Non dipingo per lavoro, ma… Sul fatto che io mi senta ugualmente un’artista a trecentosessanta gradi, non ci piove. Anche se…

Volendo essere proprio del tutto sincera, non ho la più pallida idea di cosa potrei iniziare a dipingere; in una domenica come questa.

Fa niente.

Continuo a camminare verso gli scaffali che mi interessano, ignorando tutto il resto. Dubbi inclusi.

In qualche modo devo riuscire a trascorrere la giornata, senza cadere nella tentazione di sbattere la testa contro il muro; letteralmente. Anche a costo di rimanere a fissare una tela bianca; fino a che sarà di nuovo ora di andare a dormire.

Così, cerco subito di instaurare una certa intimità con i tubetti di colore e con i pennelli dalle setole perfette.

Quando è stata l’ultima volta che ne ho acquistati di nuovi?

E chi se lo ricorda!

Continuo a farmi solleticare la punta dell’indice destro da un ciuffo di peli di bue, quando: “Francesca”.

Quella voce.

Quella voce, la ricordo. Eccome.

Sentir pronunciare il mio nome in modo tanto caldo, mi fa scorrere un brivido lungo la schiena.

Pur con la paura di farlo, allora, mi volto. Lentamente.

Dio!

Se i miei occhi avessero saputo parlare, in quel momento avrebbero di sicuro balbettato confuse idiozie.

Come era possibile – d’un tratto – sentirsi come se il tempo non fosse passato? Nonostante i sette anni trascorsi, ognuno per conto suo.

“Matteo”.

Riesco ad articolare a malapena.

Lui è più bravo di me. Nonostante il rossore in viso, tipico di una personalità timida.

Ignorando le mie mani che iniziano a tremare senza controllo, afferma: “Ti trovo bene. È da un sacco di tempo che…”.

Quel “che”, lasciato solo in quel modo, accende in me una serie di flashback.

Matteo.

Il primo batticuore.

I primi occhi da cui ho dovuto distogliere lo sguardo, per paura che potessero leggermi dentro.

Le prime mani strette alle mie.

Il primo bacio.

Il primo Amore.

Decine e decine di ricordi solo nostri tornano a farmi compagnia.

Non riesco a rispondere. Non riesco a domandare.

Tutto, di me, sembra essersi improvvisamente congelato.

Tutto, tranne le orecchie.

Quelle, per fortuna, continuano a funzionare e lo sentono chiedere: “Ti andrebbe un caffè, al bar qui vicino?”.

Eccolo lì. Matteo. Il timido che, quando vuole, sa essere intraprendente.

Aspettando che io apra bocca, continua a guardarmi con quel suo modo speciale. Sembra che anche per lui il tempo passato non abbia peso.

Sì, sì, sì. Certo, che mi andrebbe.

Mi andrebbe, ma… continuo a non proferir parola. Speriamo che un cenno del capo basti.

Sorride.

Andata.

Muovendo i piedi nello stesso istante, in un attimo siamo di nuovo fuori.

La luce del sole, che fino ad un attimo prima – potendo – avrei voluto soffocare dietro ad una spessa coltre di nubi, mi scalda in viso; regalandomi un po’ di coraggio.

“Allora, come mai da questa parti di domenica mattina?”.

“Mah! Nulla di che, solo la voglia di fare un giro. E tu?”.

“Lo stesso”, mento.

Quindi: “A casa, tutto bene?”.

Lo so.

Mia nonna, probabilmente, sarebbe riuscita a fare di meglio.

Difatti, stavolta è lui a limitarsi ad un cenno del capo.

Vorrei poter trovare un modo facile ed immediato per sembrare meno impacciata, ma…

Di fronte alla porta scorrevole del bar che si apre automaticamente, Matteo mi lascia passare.

L’intenso aroma di caffè che riempie il locale, mi arriva subito al naso.

Una volta davanti alla barista, pur senza premeditazione alcuna, ordiniamo io per lui e lui per me. Il vecchio giochino delle nostre tante colazioni insieme.

Uno sguardo.

Un sorriso.

E chi l’avrebbe mai detto…

Pensare, che mi ero alzata con il piede sbagliato.

domenica 25 settembre 2011

Amore; Essere o Apparire... Mumble! Mumble!

Eccomi di nuovo!
Domenica sera; il televisore appena spento dopo due ore di relax davanti ad un film molto, molto divertente; gli ultimi minuti di attesa prima di sedersi tutti a tavola per la cena e tanta, tanta voglia di stare davanti il computer e scrivere qui.
Anche se, a voler essere proprio del tutto sinceri, non so bene di cosa parlare.
Sono talmente tanti i pensieri per la testa che... sì; credo di avere solo l'imbarazzo della scelta.
Ok. Ok.
Ultimamente devo ammettere di dedicare molto tempo a riflessioni varie sui rapporti di coppia.
Dunque...
Spero di non apparire troppo scontata e banale se ammetto che: io certe coppie proprio non le capisco.
Insomma, mi rendo conto di parlare per una che ha preso una batosta pazzesca nell'ormai lontano (mi piace pensarlo, anche se a volte la rabbia che si muove dentro mi fa capire che non è del tutto così) marzo 2010, ma... ci sono meccanismi che - giuro - proprio non capirei anche fossi la ragazza più innamorata e felice dell'universo.
Negli ultimi tempi ho speso più di dieci minuti al giorno - perché credo di imbattermi in certe cose più o meno quotidianamente - a chiedermi perché l'erba del vicino sembri sempre la più verde; perché chi ha il pane sembri non avere i denti e a sperare (forte, forte, forte!) di non ritrovarmi ad essere una persona né di un tipo; né di un altro.
Il caso più assurdo?
Fatto ormai il callo ai fidanzati che si lamentano delle fidanzate ma poi - in pubblico - sembrano i principi azzurri in persona e abituata a chiudere gli occhi nel caso contrario (ci sono donne che sembrano girare costantemente con una croce rossa stampata in petto; pur non avendone alcun motivo... fortunate come sono; direi io!), senza dubbio ciò che negli ultimi giorni mi ha sconcertato di più è stata la confessione di una persona che sembrava essersi eclissata dalla mia vita e che - di punto in bianco - si ripresenta e - tra le tante cose e con finta nonchalance - nel bel mezzo della chiacchierata mi comunica anche la novità più importante: si sta vedendo con una persona!
Ok... fin qui nulla di male; Evviva. Anzi!
Sorrido, anche se non può vedermi, e penso che sia sempre bello l'inizio di qualcosa del genere (anche se, per quel che mi riguarda, passo molti più giorni ad avere paura alla sola idea; di quelli che trascorro - invece - immaginando che potrebbe essere bello avere di nuovo qualcuno con cui condividere le cose; anche quelle più banali!).
Poi, però... ecco che mi ritrovo a contestare; contestare e contestare!
Insomma...
Mi ritrovo, praticamente, ad essere io più euforica di lui e a dover sentire cose tipo: "sì, ma nulla di che..."; "rimango comunque molto concentrato su me stesso e sui miei bisogni..."; "ci sono cose che ho immaginato solo in passato con altre persone e...".
Dire "Andarci con i piedi di piombo", credo che comunque non rappresenterebbe giustamente la cosa.
E non ho proprio potuto fare a meno di mettermi un po' nei panni di quella ragazza e di sentire che: non vorrei mai che un ragazzo mi trattasse in questa maniera; nemmeno trattandosi di confidenze fatte ad altre persone; nemmeno trattandosi dei primi tempi.
Ho concluso la telefonata con un sapore amaro in bocca; sperando che su di me non siano mai stati fatti discorsi del genere e già capendo che: forse stavo ragionando su una speranza morta prima di nascere.
Concludo così questi miei sconclusionati ragionamenti.
A presto e buona domenica a tutti!