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domenica 27 settembre 2015

Ballo in Piazza

Quei piccoli ricordi che arrivano all'improvviso. Belli. Semplici. Comunque speciali.
Facebook dice che oggi Jovanotti compie 49 anni. Auguri! Cerco tra le sue canzoni la colonna sonora per questa giornata. Mica facile, le sue mi piacciono tutte. Mi imbatto in Safari e penso possa fare al caso mio. Mentre l'ascolto, come al solito divago con i pensieri e... mi ricordo di questo. 
Un'insieme di ispirazioni. La bellezza di una sua vecchia canzone scoperta per caso, la magia di un messaggio ricevuto da un'amica virtuale. Il rimanere a guardare le due cose fondersi insieme nella mente, per poi provare a raccontarle insieme. Il tutto condito con una manciata di fantasia e con una pizzico di polvere di stelle; perché è importante non smettere mai di credere nella forza dei propri Sogni!

Il racconto è uno di quelli della raccolta "Sotto l'Albero". Siamo nel 2012. La scrittura risale a un anno prima. Lo rileggo e noto delle piccole differenze, rispetto al mio stile di oggi. Una consapevolezza che porta con sé un pizzico di piacere, perché vuol dire essere riuscita a crescere in qualche modo. Ma avverto anche un pizzico di fastidio, nel sentire presente quella parte di me che, dovesse riscriverlo adesso, non userebbe le stesse parole.
Consiglio di lettura: YouTube alla mano, cercate il brano. E' bellissmo! :-D
Il titolo della canzone? Il Re. E' il 1997...
Ok! Lo cerco io per voi... ecco il Link! Basta un click.  
Buona domenica a tutti, alla prossima!

Ballo in Piazza


Hey, puoi veder la mia corona? Guarda il colore rosso del mantello
e questo trono ed il tappeto guarda
io sono il re e questo è il mio castello…

La voce di Angelo era più dolce che mai. L’orecchio di Alessandra ed il collo, piacevolmente accarezzati da quel respiro caldo. Gli occhi, fissi sul cielo stellato sopra di loro.
Alessandra stava cercando di non mettersi a piangere. Ma una lacrima dispettosa sfuggì comunque al suo controllo; per cadere dritta, dritta sopra alla giacca nuova di lui.
Respirò profondamente, prima di immergersi per l’ennesima volta nella profondità di quello sguardo che l’aveva fatta innamorare mesi prima.

…Il regno mio si estende all’infinito
Lungo le valli, i monti, il cielo e il mare
Io sono il re del tempo e della storia
Io sono il re venitemi a guardare…

Le labbra di Angelo, illuminate appena dalle luci gialle e lontane dei faretti, continuavano a muoversi su quella canzone.
Quella canzone, che lento non era. Ma che… era tutta loro.
Alessandra lo strinse ancora più forte a sé e mosse la mano piccola, in quella più grande di lui, fino ad intrecciare le dita con le sue.
Avrebbe voluto confessargli per l’ennesima volta quanto lo amava, ma tacque.
Sperando di non inciampare nei laccetti delle scarpe, che sapeva di non aver stretto bene, continuò a ballare.
Se era vero ciò che le avevano sempre detto sul primo giorno dell’anno; se era vero che era da considerarsi un po’ lo specchio di tutti i restanti, allora quel duemiladodici era cominciato sotto il migliore degli auspici.
Un desiderio che si realizza è un battito di cuore più forte degli altri.
Ricordava di aver parlato con Angelo di quel suo sogno speciale, ma… non pensava che Angelo l’avrebbe presa tanto sul serio.
Era stato l’agosto prima in spiaggia a Fregene, sdraiati sui lettini dopo una lunga nuotata.
“Perché, quel libro sempre appresso?”. Le aveva chiesto lui sorridendo, mentre lei era già pronta ad aprire per l’ennesima volta quelle pagine.
Quindi, incapace di trattenere l’entusiasmo, Alessandra aveva cominciato a raccontargli di quella sua vacanza di anni prima a Gubbio.
Insieme con i genitori era andata a trascorrere qualche giorno in Umbria e, camminando per le vie della città dei Ceri, si era imbattuta nell’immagine della copertina di quel libro.
Il manifesto annunciava alla cittadinanza una presentazione ormai passata, ma… ad Alessandra era bastato fissarsi per caso su quella che sembrava essere una bella storia d’amore, per decidere che alla prima libreria che avrebbe incontrato ne avrebbe acquistata una copia.
Da allora, rileggeva quella storia almeno una volta all’anno.
“Spero di poter vivere anch’io un amore così, un giorno”. Le aveva detto arrossendo.
Un rossore che era andato peggiorando, quando Angelo – sorridendo a sua volta – le aveva chiesto: “E quale sarebbe la parte che ti piace di più?”.
Alessandra confessò di ripensare spesso a quel sogno che la protagonista aveva fatto durante un viaggio in pullman, di perdersi nell’incanto di un romantico ballo in piazza Grande e di rimanere proprio senza fiato ogni volta che nella mente riusciva a focalizzare una scena simile.
“Ti andrebbe di leggerlo per me?”. Angelo sembrava sincero, anche se Alessandra non poteva negare di aver pensato che la stesse prendendo in giro.
Un attimo. Un solo attimo, poi quel pensiero svanì e tutto ciò che rimase fu la bellezza di poter condividere quel piccolo momento.
Aprì il libro fino a pagina trentasei e lesse sicura.
Non le era mai piaciuto leggere ad alta voce, ma… farlo per Angelo sembrava non pesarle affatto.

…Perché sono innamorato
E sono corrisposto
Io sono il re, io sono il re di questo posto
Senza regno né corona
Con una donna che mi vuole bene…

Quella parte della canzone… quelle parole…
Alessandra sentì una nuova lacrima rigarle il viso e la osservò morire nello stesso punto della giacca; dove era morta la prima.
“Ti amo”. Anticipò di una frazione di secondo il luccichio di un flash.
Poteva essere che turisti arrivati sin lì da chissà dove stessero immortalando l’imponente bellezza del palazzo dei Consoli; a ferma testimonianza di un orgoglioso: “Ci sono stato anch’io”.
Ma poteva anche essere che qualcuno lì avesse notati in mezzo a tutto il resto, ballare stretti come se il mondo fuori non esistesse, ed avesse deciso di immortalare quella testimonianza. Rendere indelebile un amore forte e raccontare agli amici una volta a casa – magari davanti ad una pizza e con in mano un bicchiere di birra – che si aveva avuta la fortuna di esserci; di fronte alla dimostrazione del più potente dei sentimenti.
Alessandra sorrise appena.
Poi, prendendo Angelo in contropiede, si schiarì la voce e iniziò a cantare insieme a lui.
Poco, ma sicuro, se Jovanotti li avesse sentiti in quel momento non sarebbe riuscito a farsi sfuggire un applauso; nemmeno per sbaglio.
Ma niente rende ridicoli, se la decisione di fare parte dal cuore e porta con sé le giuste motivazioni.
Alessandra avrebbe voluto gridare al mondo intero la sua fortuna.
In fondo, però, bastava che fossero due le orecchie tese ad ascoltare.

… Io sono il re, ma lo so solo io
E lo sai solo tu amore mio
Nessuno può veder la mia corona
Ma sono il re, io sono il re in persona…

Una giravolta e un’altra ancora. Angelo continuò a farla danzare, come se stessero ballando sul più importante dei palcoscenici.
I suoi occhi si persero per l’ennesima volta in quelli di lei e – in quel momento – furono sue, le lacrime a scendere.
“Ti amo. Da sempre”.

…Perché sono innamorato
E sono corrisposto
Io sono il re
Io sono il re di questo posto
Senza regno né corona
Con una donna che mi vuole bene
Con una donna che mi vuole bene
Con una donna che mi vuole bene…

Sorrisero. Le dita, ancora intrecciate.
Ad Alessandra parve di sentire nell’aria perfino il suono dei piatti, il rumore dei tamburi e il trillo dei flauti.
Un attimo di silenzio ancora, prima di un tenerissimo bacio.
Il tocco delle labbra. Il suono possente del Campanone che rintoccava l’ora.
Sì, Alessandra non aveva più dubbi.
Quella piazza…
Tutto e tutti, in quella piazza, stavano vivendo insieme a loro quel magico momento.
Lasciò che la lingua di Angelo la accarezzasse ancora per un po’, poi – seppur dispiaciuta – si staccò da quella bocca sorridente e chiese: “Pizza?”.
Il tempo da trascorrere in quella bellissima città rimaneva poco, ma… Alessandra sapeva esattamente dove andare.
A passo lento lungo via dei Consoli, fino ad arrivare di fronte alla fontana del Bargello.
“Il battesimo dei matti lo rimandiamo alla prossima, vuoi?”.
Era fuori discussione, che sarebbero tornati in quel posto; ogni volta che sarebbe stata loro possibile.
E Alessandra non poté fare a meno di impazzire di gioia, al solo pensiero.
Strinse ancora una volta le braccia intorno al collo di lui, si mise ancora una volta in punta dei piedi per poter arrivare a baciarlo senza che dovesse essere lui ad abbassarsi, poi – con lo stesso filo di voce con cui lo aveva accompagnato cantando – disse: “Grazie, per avermi concesso questo ballo. Sei il mio Angelo”.
Nulla di più.

In fondo, non c’era nient’altro da dire.

domenica 3 novembre 2013

Tra le pagine di un’agenda

Novembre. 
La mente viaggia tra tanti pensieri. 
Forse perché novembre è il mese delle celebrazioni per i Cari defunti, o forse perché novembre è il mese che precede quello ultimo dell'anno. 
Forse perché è quella giusta via di mezzo tra l'essere ormai prossimi al Natale e l'esserne ancora distanti. 
O forse perché... essere a poche settimane dal 2014, novembre significa lasciarsi andare ai bilanci. 
Che siano personali o non, economici o emotivi... poco importa. Nell'assenza di frenesia che è tipica delle feste, novembre è il mese giusto per concedersi con calma a qualche ragionamento.
Novembre è' il mese dell'attesa, quello dei progetti e delle idee possibili (prima ancora che il tempo sarà volato in fretta e ci accorgeremo solo poi di essere riusciti nella metà - se siamo fortunati - di ciò che avevamo immaginato).... in vista di...
Allora, succede di trovare già pronte le vetrine di alcuni negozi. Mentre gli scaffali dei supermercati già abbondano di torroni, torroncini, pandori e panettoni. 
E' Novembre. Già si respira aria di Natale (e si pregusta l'intensificarsi che verrà) e, cercando di ignorare il clima mite fuori della porta, già si immagina di svegliarsi con la neve a render tutto bianco, con il silenzio che - almeno in zone di campagna - è tipico dell'inverno, con il freddo che è pungente, ma che il ricordo delle tribolazioni estive forse saprà rendere più sopportabile e con il cuore pieno di emozioni.
Adoro il Natale.
Non per i pacchetti sotto l'Albero. Anche se è piacevole trovarne, con il proprio nome scritto sopra.
Adoro il Natale per l'opportunità che offre, di stare in famiglia.
Preparare le pop corn, prima di guardare un film della tradizione. Lasciare che lo stereo suoni un cd di canzoni natalizie, mentre i biscotti nel forno stanno cuocendo... piccolo esperimento delle intenzioni mangerecce del 25 dicembre. Sbucciare un'arancia accanto alla stufa accesa e lasciare che la buccia si surriscaldi sopra la superficie in ghisa rovente... la stanza si riempie di un odore buono e pare inevitabile respirare a pieni polmoni. Preparare una cioccolata calda e provare per la prima volta ad aggiungere un pizzico di peperoncino. Buona.
Magari prendere un libro dallo scaffale, ignorare il fatto che il nome scritto sulla copertina sia lo stesso riportato all'interno della carta d'identità e raggiungere senza esitazione una pagina precisa.
Un lavoro a quattro mani che ha saputo sconfiggere la barriera del tempo. Leggo e, come sempre, penso a te... nonno!

Tra le pagine di un’agenda
(con il contributo di: Ennio Vagnarelli)


26 dicembre 2011.
Il giorno di Santo Stefano. Il giorno dopo Natale. Il giorno in cui suo padre – anni prima – aveva deciso di smettere di lottare contro la malattia; lasciandolo solo con sua madre.
Lui, all’epoca venti anni e poco più. Lei, cinquanta compiuti da poco. Entrambi, nonostante gli avvertimenti dei dottori, per nulla pronti a rinunciare a quella figura. A quel padre e a quel marito che, pensavano, ci sarebbe stato per sempre.

Asciugandosi di nascosto una lacrima, Luigi si alzò dalla tavola per un attimo. Lasciando gli altri a parlare di regali ricevuti, di regali solo desiderati e conservati in un angolino della mente per una ragione o per un'altra e di tutto il resto.
Si dovrebbe essere felici a Natale.
Eppure…
Eppure, Luigi sentiva nel cuore un peso. Come fosse stato schiacciato da un’incudine.
Non c’era verso di evitarlo. Non c’era verso di ignorarlo.
Veloce raggiunse il salotto e la scatola di sigari, che solo di tanto in tanto si concedeva.
Suo padre era stato un fumatore. Pure lui, non assiduo. Ma, Luigi ricordava ancora alla perfezione l’odore di fumo di sigaretta che – in qualunque stanza della casa si trovasse – si mescolava con quello del suo dopobarba; in note e aromi sempre inediti.
La soffitta. La soffitta era la stanza della casa dove suo padre amava fumare. Un po’, perché era quell’angolino tutto suo dove potersi sbizzarrire con le mille idee e i mille progetti che sempre gli animavano la mente. Un po’, perché – almeno – se fumava in soffitta, la mamma non avrebbe trovato niente da ridire e si evitava di dover correre da una parte all’altra della casa per aprire le finestre e fare uscire la puzza di fumo.
Sì. Immaginò che anche Letizia si sarebbe arrabbiata, se l’avesse trovato a fumare in salotto il giorno di Santo Stefano. Con gli ospiti ancora a tavola, nella stanza accanto.
Così, armeggiando per un po’ con accendino e tagliasigari, alla fine Luigi si decise a prenderne uno, a salire le scale e a raggiungere la soffitta.
Non ricordava il numero di volte che c’era andato, nei giorni successivi a quello del funerale. Respirare l’aria di quella stanza lo aiutava a illudersi che nulla fosse cambiato. Che suo padre fosse ancora su quella terra vivo e vegeto e che, presto, l’avrebbe sentito rincasare dal lavoro con la solita smania di sapere che cosa si sarebbe mangiato per pranzo o per cena.
Ma, l’illusione era comunque durata poco. Poi, nonostante le finestre rimaste sigillate in quell’angolo della casa, l’odore del padre aveva cominciato a farsi sempre più debole. Fino a sparire.
Allora, il cuore di Luigi aveva chiuso le porte con un tonfo sordo. Chiuse. Sigillate anche loro. Perché il dolore non riuscisse a distruggerlo. Perché l’amore non riuscisse a farlo sentire debole.
Era successo spesso, che gli altri glielo facessero notare. Era successo spesso che, accanto al suo nome, si sentissero parole come: freddo, glaciale, distante, pezzo di ghiaccio.
Ma, a Luigi non importava.
Anche se suo padre non avrebbe approvato, in quei trenta anni passati da quel lontano 26 dicembre non era riuscito a riaprirsi di nuovo alla vita e alle bellezze che, ogni giorno, nasconde in sé.

Tagliò la punta del sigaro con un gesto meccanico e, altrettanto meccanicamente, lo accese.
Non era sicuro che sarebbe riuscito a goderselo in santa pace, fino alla fine. Ma, cercando di non pensare al pranzo che continuava ad andare avanti due piani più sotto, prese la sedia che era stata di suo padre e si accomodò al tavolino.
Immediatamente, i ricordi si fecero di nuovo avanti nella mente. Prepotenti. A tratti, dolorosi.
Ripensò a tutte le volte in cui, da bambino, era salito fin lassù con i libri della scuola. A tutte le volte in cui si era seduto su quelle ginocchia, che aveva sempre considerato robuste. A tutte le volte in cui, sotto allo sguardo attento di quel babbo amorevole, aveva ripreso a fare i compiti. Quegli stessi, dannatissimi compiti che fino a un attimo prima proprio sembravano non volerne sapere di giocare a suo favore.
“Babbo, il problema di matematica non torna…”.
“Babbo, il riassunto di italiano è troppo lungo…”.
“Babbo…”.
Quante volte. Quante.
Luigi lasciò scendere dagli occhi l’ennesima lacrima. Avrebbe dato qualsiasi cosa, perché suo padre potesse essere ancora lì a dargli consiglio.
“Babbo…”.
Quella dolce, piccola parola gli sfuggì dalle labbra prima che riuscisse a serrarle.
Il sigaro acceso in mano, allora, non contò più. Il rumore della vecchia sveglia, che continuava a ticchettare sullo scrittoio poco lontano, si annullò all’improvviso.
26 dicembre 2011.
Luigi si alzò dalla sedia lentamente, quasi incerto.
Si rimise in piedi, avanzò ancora di più in direzione della scrivania e arrivò con la mano fino ad afferrare l’agenda che, nonostante i trenta anni passati, sia lui che la mamma non si erano mai sentiti di gettare via.
Era come ricordava. Di pelle. Un po’ usurata sugli angoli. Alcune pagine sgualcite.
Anche in quel caso, non avrebbe saputo dire quante volte aveva immerso il naso in quel piccolo mondo di carta. Quante volte, aveva scorso e riscorso con gli occhi quei fiumi di inchiostro nero.
Suo padre amava scrivere.
Pagine di diario contenenti la sua e la loro vita. Poesie. Ma, anche racconti.
Fu nell’imbattersi in uno di questi, che Luigi ebbe la sensazione di scoprire qualcosa di nuovo.
Sì. Anche se era più che certo che nuovo non potesse essere. Anche se aveva la piena consapevolezza di aver sfogliato quell’agenda – tutta quell’agenda – da cima a fondo e viceversa, centinaia e centinaia di volte.

Quando gli occhi ancora bagnati di lacrime si poggiarono su quel testo ordinato, per un istante credette di non averlo mai visto prima.
Iniziò a leggere e la stanza sembrò piombare in un silenzio, ancora più opprimente di quello che già c’era.

PRIMAVERA, ALLODOLE E AMORE

Correva il ruscello dagli argini rialzati, attraverso campi e prati, lambendo case, ravvivando orti e fiori…nascondendo una realtà che oggi è soltanto un sogno…Sogno splendido che il tempo non ha sfumato, sogno al quale, pur senza speranza, la mente ritorna con infinita dolcezza come ad oasi in un immenso deserto. Primavera esulta, lodole nel cielo trillano senza posa, lodole nei prati pigolano al sole di marzo, languore divino di creature in braccio all’amore…Eppure Carlo quel pomeriggio non pensava all’amore, camminava curvo con il fucile pronto a colpire, e con l’intento di far diventare 15 le 12 lodole appese alla cintura. Ma non era facile, poiché quel giorno non ne era entrata una e le poche che c’erano sembravano indemoniate; infatti anche allora con il loro pio-pio si alzarono fuori tiro. Carlo accucciato a terra, con il fischietto fra le labbra rifacente il verso, le seguiva con gli occhi sperando che si rimettessero poco lontano, o che gli passassero a tiro sulla testa, invece sorvolarono il ruscello e non le vide più nascoste dagli alti argini. Il giovane si rialzò asciugandosi il volto sudato e già abbronzato dal primo sole di marzo; accese una sigaretta e si incamminò nella direzione presa dalle lodole con quella speranza e tenacia che soltanto i cacciatori possiedono. Giunto al ruscello salì la scarpata e saltò sull’altro argine, lì inchiodato restò fermo a guardare…Sul prato sottostante, tra margherite e ciocche di viole un quadro meraviglioso giustificava la sua sorpresa, una bellissima fanciulla giaceva in dolce abbandono presa dal sonno in quel tepore di primavera. Linfa divina che violenta alimenti i giovani corpi, che prepotente addolcisci gli animi bruti immenso è il tuo potere, tuoi schiavi sono gli esseri che ti possiedono, disgraziati sono coloro che non ti conoscono. Ecco lì un uomo piegato al tuo volere, un essere di cui in un attimo hai annullato la mente, il suo cuore batte febbrile, il suo animo è una ridda di emozioni, il suo cervello non conta più…non ha che gli occhi, tutto il suo essere è concentrato negli occhi…vede una massa di capelli biondi, il sole li illumina, sembrano d’oro; due labbra vermiglie appena dischiuse sembrano pronte a baciare; un volto delizioso di bimba e bimba non è…perché no?...il cuore pazzo ripete bimba…bimba …perché no la sua bimba?...Ecco il cervello ricomincia a funzionare, ciò che prima aveva veduto limpido con una sola occhiata, ma poi dimenticato, ora l’osserva immoto e quasi calmo. Avrà forse venti ventun’anni, è assopita con la testa reclinata sopra il braccio sinistro disteso fra l’erba da poco nata, la mano stringe un libro rilegato in pelle marrone, il dito indice tiene ancora il segno; l’altro braccio è parzialmente disteso sul corpo mentre la mano sfiora le corolle di margherite, la veste è salita abbastanza sopra il ginocchio della gamba destra incrociata sulla sinistra. La pelle serica che il sole bacia per la prima volta dall’inizio dell’anno, manda riflessi indefinibili, una linea azzurra appena visibile dal ginocchio sale ad alimentare quel corpo perfetto, perdendosi nel mistero delle vesti…Carlo considera ora l’insieme di questa visione tranquillamente, con animo sereno; si siede sull’argine cautamente, timoroso di svegliarla, timoroso di ritornare nella realtà fugando una realtà che è sogno…Tiene stretto fra le mani, appoggiato sulle ginocchia, il fucile, e la sua stretta è un’inconscia carezza a questo strumento di morte una volta tanto mezzo di infinita dolcezza. Come dopo uno sforzo violento ed improvviso ora si sente stanco, spossato, forse il lungo camminare, forse la primavera, forse…la giovinezza che è in lui e che davanti a lui, immota, è pur ricca di tanta vita. Vorrebbe essere leggero come una piuma, scivolare sull’erba accanto alla fanciulla, respirare il suo alito, sentire i battiti del suo cuore…quanto è pazzo il cuore, gli ripete ancora “bimba, bimba” come se per lui bimba dovesse essere…bimba del suo cuore…ma non si sbaglia il cuore? E la realtà, e il risveglio?...ma ecco la bimba si sveglia...Carlo immobile come una statua non pensa più, guarda…guarda e sente il cuore che ha ripreso la sua marcia furiosa, e sente come per dono divino, che qualche cosa di meraviglioso sta per accadere, qualche cosa di cui non si renderà mai conto…La bimba si sveglia, si passa appena la mano destra sugli occhi, poi ha uno scatto, ora è seduta e lo guarda impaurita, Carlo è sempre immobile. Il sogno finirà, la fanciulla sparirà all’improvviso come all’improvviso è comparsa alla sua vista, questo aspetta, questo teme lui che non cede al suo cuore, ma il cuore non sbaglia…È meraviglioso, la fanciulla non ha più paura, solo un briciolo nel fondo degli occhi, occhi castani dai riflessi dorati come i capelli, occhi che parlano il loro linguaggio rapidamente, con decisione, inconsciamente. Ciò che era avvenuto per Carlo al suo apparire sull’argine, ora avveniva per la bimba al suo risveglio. Attimi eterni, attimi che l’uomo non può descrivere perché sono di Dio. Poi la bimba si riprese, schiuse le labbra al sorriso e una voce calda come il sole di marzo avvolse Carlo e lo attirò a sé. Ora i due giovani erano seduti uno accanto all’altro sul prato, lei parlava lentamente quasi soffocata da qualche cosa che non capiva, cercava di spiegare l’assopimento, cercava di spiegare il risveglio, ma non erano che parole, un desiderio folle si faceva strada nel suo animo e capì che era ciò che la soffocava; desiderio di appoggiare la testa sulla spalla del suo compagno, desiderio di sentire quella mano bruna sul suo volto…ed anche lei seppe con certezza che quando lui avesse parlato ciò sarebbe avvenuto…Ebbe di nuovo paura e incominciò a parlare più in fretta di cose futili, mentre pensava che non era ben fatto stare lì; capì che doveva andarsene capì che era ancora in tempo…ma non lo fece, Carlo le stava chiedendo il nome, Carlo le stava dicendo cose che altri non le avevano mai dette…Si chiamava Nadia, aveva ventidue anni ed era molto bella, abitava poco lontano in una villa dal tetto rosso, leggeva Kipling, e cosa inaudita per i suoi orecchi, stava ascoltando un uomo che la definiva brutta o meglio non bella. Stupefatta lo guardava, e mentre il suo orgoglio di donna corteggiata reagiva come sotto una sferza, tutto il suo essere attendeva avido altre parole, forse altre crude verità da quest’uomo rude che la dominava con la sua voce sincera, con la sua voce che tramutava in parole ciò che aveva nel cuore. Il suo orgoglio taceva per far posto all’ansia di udire ancora altre cose, che mai avrebbe pensato uomo avesse osato dirle in viso, ma erano cose tanto nuove e deliziosamente piacevoli. I suoi occhi non si staccavano da quella bocca che parlava, e non si accorse che non udiva più…vedeva solo quella bocca e sapeva solo che l’avrebbe baciata. Il giovane tacque come se avesse intuito il desiderio e i due volti furono a contatto, ma la bimba si ritirò leggermente evitando le labbra, schermaglia d’amore, tattica di donna che attende una dolce violenza. Ma l’uomo era un presuntuoso, come poi lei gli disse sorridente, e non la costrinse al bacio; ricominciò a parlare più sincero di prima, più rude di prima, quasi brutale, le gettò in viso come scudisciata il desiderio che aveva intuito, le disse che non l’avrebbe baciata sebbene lo desiderasse immensamente, perché anche lei immensamente lo desiderava e di spontanea volontà doveva farlo. La fanciulla non piegò presa da quel gioco inusitato ed eccitante, sviò il discorso, mentre l’animo invocava quel bacio che stava diventando un tormento. E nel tepore di marzo, mentre due corpi bruciavano, si parlò di caccia, di libri, di pesca, di donne e poi…ancora di amore. Ora le due bocche  si avvicinarono insensibilmente poi tacquero, le labbra furono sulle labbra unite in un bacio che fu il trionfo della giovinezza e il mutuo passaggio di mute parole fra gli animi. Da dietro l’argine, a volo radente sbucò uno stormo di lodole, videro i giovani, videro aperto sul prato il fucile, videro gli ottoni lucenti delle cartucce come due occhi di fuoco, e trilli di gioia solcarono l’aria verso il cielo, nella certezza che almeno per quel giorno, avrebbe taciuto inerte lo strumento di morte, abbandonato tra i fiori vinto dalla più formidabile potenza che esista nel mondo: l’Amore.

Arrivato fino a quell’ultimo punto, Luigi scansò alla svelta quelle pagine da sotto gli occhi, per evitare che le lacrime – cadendo – rovinassero quel capolavoro.
Suo padre. La sua incrollabile fede nella vita. La sua assoluta certezza, riguardo all’immenso potere dell’amore.
Bastava soffermarsi su quell’ultima parola, per capirlo. Una A maiuscola.
Rimase con l’agenda aperta in mano, per qualche secondo ancora. Fino a che si sentì chiamare dal piano di sotto.
La voce di Letizia sembrava tutto, fuorché tranquilla.
Svelto, allora, Luigi lasciò la soffitta. Dimenticandosi del sigaro e di tutto il resto, ma portando con sé l’agenda del padre.
Quando gli altri lo videro tornare a tavola, le due rampe di scale scese di corsa gli avevano lasciato un discreto fiatone. Gli occhi rossi rivelarono subito che aveva pianto.
“Ma, si può sapere…”.
Luigi non diede modo alla madre di terminare la frase, alzando una mano per zittirla.
Quindi, bevuto un piccolo sorso d’acqua, ignorò completamente la fetta di torta poggiata sul piatto e, guardando tutti intorno a sé, disse solamente: “Vorrei leggervi una cosa”. Ricominciò d’accapo.

Primavera, Allodole e Amore è un racconto scritto da Ennio Vagnarelli. Tratto da “In bocca al Lupo” mensile di caccia e pesca della sezione prov. Cacciatori di Perugia (dicembre 1952)

Tutto d'un fiato, fino all'ultimo punto. Per poi ricominciare d'accapo.

venerdì 4 gennaio 2013

Sotto l'Albero... un articolo su: "Il blog dei Libri"!

In questi giorni sono stati diversi i tentativi fatti, per far conoscere "Sotto l'Albero..." anche al di fuori delle 'mura cittadine' e per cercare di andare oltre a questo mondo virtuale (Il Rumore dei Tasti, insieme ad EstrosaMente, mi sta dando una gran mano, ma... spero riesca a crescere ancora)...
E quale tentativo migliore, se non quello di parlare del libro attraverso un Blog che parla di Libri? Senza aggiungere altro, riporto il link e l'articolo... 


Gubbio. In questo periodo di Festa è sicuramente una delle città italiane più magiche, da vivere. Le vie addobbate, le canzoni natalizie che riecheggiano tra le pareti del centro storico, provenienti da alto parlanti che, tra le pietre antiche della città, a tratti sembrano stare giocando a nascondino. Passare davanti alla porta della pasticceria, o a quella del forno poco sotto casa, è una tortura se si è vicini all’ora di pranzo. Ma, l’atmosfera ineguagliabile ripaga presto tutti i sensi e perdersi tra gioiosi o fantastici pensieri, diventa più facile del previsto.
L’orologio della torretta campanaria del palazzo dei Consoli rintocca l’ora. Il suono sempre nitido, se aiutato dal vento può arrivare lontano, lontano. Chi è del posto lo percepisce come dolce eco al battere del cuore, mentre l’orecchio del viandante si tende e – una volta capito che a ogni nuovo quarto d’ora l’incanto si ripete – si tende ancora e ancora e ancora. È piacevole passeggiare senza aver intorno l’eccessivo disturbo del traffico, soffermandosi qua e là a guardare le vetrine, immergendosi nei presepi viventi (o non) che animano le vie o, semplicemente, cercando di arrivare presto all’ora più magica in assoluto. Perché… chi si reca a Gubbio in tempo di Natale, non può non sapere che all’imbrunire le pendici del monte Ingino diventano oggetto di attenzione assoluta e la magia delle luci colorate da vita allo spettacolo che è l’Albero di Natale più Grande del Mondo. Per trentacinque giorni o giù di lì, a partire dal 7 dicembre di ogni anno, centinaia e centinaia di occhi possono godere della maestosità di una figura che, sin dalla prima volta nel 1981, è voluta essere e vuol essere ancora messaggio di Pace e di Speranza, di Amore verso il prossimo, di Amicizia e di Fratellanza. Allora, può capitare anche che – perdendosi in un tale incanto – una mente laboriosa e in cerca di parole possa provare a immaginare l’Albero come un grande filo conduttore.
Il bilancio personale di un periodo può dare il via a ragionamenti più ampi e invece di domandarsi solamente ‘Cosa ho vissuto in questi giorni di festa passati?’ ci si può ritrovare a chiedersi: ‘Chissà quante cose saranno successe, sotto le luci di questo Albero?’. Così, la vita di tutti i giorni torna alla ribalta. Perché, magia e spirito del Natale a parte, sono tante le cose che possono accadere in un periodo di festa. Alcune belle e importanti, altre meno. Alcune previste e attese, altre no. 7 dicembre 2011 – 10 gennaio 2012. Trentacinque giorni di incanto (per eugubini e non), trentacinque racconti di vita (eugubina e non)… a Gubbio, sotto alle luci dell’Albero di Natale più Grande del Mondo.
Dall’idea al libro sembra quasi il tempo di un batter d’occhi… sempre e comunque… Sotto l’Albero…
  • Autore: Elisa Vagnarelli
  • Editore: Mediavideo Edizioni
  • Anno: 2012
  • Pagine: 252
  • Formato: 17x24 cm, cucito a filo refe con colla laterale

Che ve ne pare? 
La speranza è quella di vedere presto il libro ospitato anche da altri Blog e... Beh! Qualora vi venga in mente di invitarci (il libro e io!) per una chiacchierata dalle vostre parti, non esitate a farvi avanti... ovviamente, Il Rumore dei Tasti sarà più che lieto di ricambiare l'invito. A presto e buon fine settimana a tutti!!! :-) 

mercoledì 2 gennaio 2013

Fin su la... Stella!

Immaginando il primo Post dell'anno, ho sempre pensato che avrei riservato "l'onore" a un racconto "fresco di penna"... Invece, giunta quasi al termine di questo secondo giorno di gennaio (il sonno, piano piano, mi sta vincendo e non nascondo di immaginarmi sempre più spesso sotto alle coperte calde...), eccomi di fronte al computer totalmente ipnotizzata dalla magia... della Stella! Anche dalle fotografie (pur non essendo abile con gli scatti), l'incanto è assoluto. Così... perchè non dedicare il primo Post dell'anno a tanta meraviglia? Certo che... sì! Ottima idea...
 



 
La mezz'ora più bella dell'intera giornata è stata proprio questa, passeggiando tra le luci dell'Albero fino alla Cometa luminosa! Durante il tragitto non è mancata anche la compagnia di un piccolo amico a quattro zampe... una nuovissima conoscenza! Ma... che ne dite se rimandiamo il particolare a un racconto? Auguro a tutti di trascorrere una serata magica. A presto con tante novità per Il Rumore dei Tasti. A proposito... che ve ne pare della nuova veste? Spero vi piaccia!

venerdì 28 dicembre 2012

Sotto l'Albero... l'Introduzione!

Guardando l'elenco dei Post a fianco, mi rendo conto solo ora di quanto questo dicembre 2012 sia stato particolarmente intenso e ricco di emozioni e di parole. Lo so, probabilmente - se avete dato uno sguardo al titolo, prima ancora di 'immergervi' nella lettura del Post - vi starete chiedendo cosa io possa avere ancora da dire riguardo al libro (intendiamoci... una parte di me spera che questo interrogativo non vi abbia minimamente sfiorato i pensieri e che - insieme a me - possiate essere felici per questo piccolo-grande traguardo!), eppure... vi assicuro che sono ancora tante le cose di cui spero di riuscire a parlarvi. Come una mamma che osserva i progressi del proprio piccolo giorno dopo giorno, io mi ritrovo stupefatta ora dopo ora di quanto sta avvenendo (di inaspettato) grazie a 'Sotto l'Albero...'. Così, mi ritrovo ancora una volta a sfogliare le prime pagine del volume, a soffermarmi sulle parole che i membri del Comitato degli Alberaioli (http://www.alberodigubbio.com/) hanno speso per l'opera e per me e a rileggere per l'ennesima volta da cima a fondo il mio discorso di introduzione e di ringraziamenti, come se non fossi stata io stessa a mettere in fila, una dopo l'altra, quelle parole. Ecco... a questo voglio dedicare questo nuovo Post per 'Sotto l'Albero...'. All'inquantificabile fortuna che ho avuto e che ancora ho, nell'avere vicino Amici Speciali... allora... al bando le ciance...



Spero di non rimanere troppo tempo, a fissare un virtuale foglio bianco. Ma… trovare le parole giuste, per un’introduzione che sia il più possibile esaustiva e per i ringraziamenti, che esprimano a dovere la mia enorme gratitudine verso tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo nuovo progetto, non sarà facile di sicuro.
Per questo, mi sento in dovere di dire a chiunque si ritrovi a leggere queste successive, poche righe… Non me ne vogliate, qualora non risultassero pienamente esaustive e gratificanti. Non c’è l’intenzione.
Rotto il ghiaccio… Osservo la pila di fogli, proprio di fronte a me. Non ancora libro compiuto, ma neppure lavoro embrionale.
L’emozione di toccare con mano il frutto di innumerevoli fine settimana passati davanti al computer, è praticamente impossibile da descrivere. Non è la prima volta che mi ritrovo ad avere a che fare con tutto ciò che sta dietro alla realizzazione di un libro. Eppure, è come se lo fosse.
Il cuore batte forte. Ripenso a quel giorno di gennaio… a quell’ultima occasione per starmene un po’ con me, di fronte alla spettacolare magia luminosa che è l’Albero di Natale più Grande del Mondo. Ripenso alla malinconia, dettata dal fatto che non l’avrei più rivisto per molto tempo e alla gioia – subito dopo – al nascere dell’idea.
Sono tante le cose che possono succedere in un giorno, a ciascuno di noi. Figurarsi, allora… quante possono essere quelle che potrebbero accadere all’interno di una comunità intera; in un periodo di tempo cadenzato dall’accendersi e lo spegnersi delle luci colorate, sulle pendici del monte Ingino. Sotto L’Albero…
7 Dicembre 2011 – 10 Gennaio 2012. Trentacinque giorni d’incanto, per eugubini e non… trentacinque racconti.
Immaginare le diverse vicende, non sempre è stato facile e immediato. Ma… man mano che il lavoro procedeva, fino ad arrivare a oggi, ormai prossimo alla presentazione, le soddisfazioni non sono mancate.
Confesso di aver cercato di rappresentare una ‘vita di comunità’ fatta di episodi singolari, che fosse il più possibile eterogenea. Ma, forse mi darete ragione una volta arrivati a leggere fino all’ultimissimo punto (nella speranza che decidiate di arrivarci, soprattutto!), devo ammettere che molto di ciò che traspare è la bellezza e l’importanza dei sentimenti. Che si tratti di amore, di amicizia, o semplicemente del nascere di una conoscenza. Non ha importanza. Amore, amicizia, pace, fratellanza e apertura verso il prossimo, sono gli stessi sentimenti che l’Albero ci sprona a conservare sempre nel cuore, in quel posto d’onore che ciascuno possiede.
Allora… è facile scoprire come anche dietro a qualcosa di apparentemente spiacevole, possa nascondersi del buono, come una vicenda brutta, possa comunque portare con sé qualcosa di bello e – soprattutto – come anche le piccolissime cose di ogni giorno, possano in realtà essere grandi e speciali.
Poco, ma sicuro… tutto ciò di cui finora ho parlato, non sarebbe mai riuscito ad arrivare sotto ai vostri occhi in forma di libro, senza la collaborazione di grandissimi Amici. Un sentitissimo Grazie a mia zia, Patrizia Fumanti, per aver gentilmente acconsentito, affinché un suo racconto entrasse a far parte della raccolta. A mia madre, Loredana Fumanti, perché – dopo diverse insistenze, da parte mia – ha preso parte al progetto, regalandomi l’ispirazione di una breve storia. Al mio caro nonno Ennio Vagnarelli, che – pur non avendolo conosciuto di persona – sento vicinissimo a me e al mio modo di scrivere. Sapere di avere in comune la passione per le parole è qualcosa che mi ha sempre regalato e continua a regalarmi gioia. Avere la possibilità, anche se unica, di affiancare i nostri nomi è per me motivo di immenso orgoglio.
Quindi… un ringraziamento speciale a Francesco Mariottini (e a Francesco Lupatelli, amico in comune), che – nonostante i tantissimi impegni – ha trovato il tempo per esaudire il desiderio di vedere un mio racconto impreziosito dalla sua dedica speciale. A Leonardo Argentina, per l’entusiasmo manifestato nel sapermi ispirata dalla maestria con cui, ogni anno, sa dar vita alla Natività, ambientandola in qualche scorcio eugubino in miniatura. A M.P. (che preferisce rimanere anonimo), per la poesia che racchiude in sé l’intero significato di un racconto e, a ben sentire, non solo di quello. A Roberta Bedini, per l’originalità e la bravura con cui ha saputo guidare il pennello su tela, nella realizzazione dell’immagine che fa da copertina alla raccolta di racconti e che – in uno sguardo – sintetizza perfettamente il senso del lavoro. Arrivando alle fasi più nascoste, ma non meno importanti, un grazie di cuore a Maurizia Baccarini della libreria Fotolibri, per la fiducia dimostrata e per il tempo speso seguendo, passo dopo passo, la realizzazione materiale del libro. Grazie all’ex direttore didattico Giancarlo Sollevanti, per la preziosa e costante supervisione. Grazie all’Amministrazione Comunale di Gubbio e alla Biblioteca Sperelliana, per il patrocinio. Un sentito ringraziamento a Gianluca Sannipoli.
A tutti loro… Grazie!

Elisa


Vi lascio con l'augurio di trascorrere una serena e felice serata! Che cosa avete in programma per il fine settimana? Nel mio bolle in pentola qualcosa di speciale, ma... vi dirò più avanti (spero!)... un abbraccio!