venerdì 30 maggio 2014

C come Cuore, Coraggio e Caffè!

Alle volte capita di imbattersi in un bando di concorso e... di voler partecipare. Non sempre si ottengono risultati (e successive, conseguenti... piccole, grandi soddisfazioni), ma... poco importa! :-D E' bello sentire di volersi mettere alla prova ed è speciale il momento in cui si è arrivati all'ultimo punto e si è pronti per rileggere quanto scritto. Quest'anno... spero di riuscire a partecipare di nuovo. 
Il Concorso è indetto dal Caffè Letterario Moak e ha come particolarità quella di richiedere l'invio di testi che abbiano come tema: il caffè! 


Ci piace, ci piace, ci piace!!! E' una sfida a cui mi preparo di nuovo con emozione (e caos di pensieri e parole).
Perciò... pure in attesa di finire l'ormai interminabile (prima o poi mi impegno, promesso!) racconto a puntate... lascio lo spazio di questo nuovo Post al racconto con cui ho partecipato al concorso lo scorso anno... non l'ho ancora riletto, ma... spero di trovarlo ancora nelle mie corde! E... spero che piaccia anche a voi, ovvio!!! Un abbraccio, a presto! 
Saluti

«Ok. È il giorno giusto. Stamattina mi faccio coraggio e glielo dico».
Sto di nuovo parlando da solo, anche se cerco di non farci caso. Non è normale. Non è un buon segno. Ultimamente è qualcosa che mi capita di fare spesso, ma non riesco proprio a farci niente.
L’amore rincoglionisce. Gli amici mi avevano avvisato e io non c’ho voluto credere.
Ventinove anni e nessuna esperienza seria con il cuore. Quando ho sentito la freccia di Cupido trafiggermi in pieno petto, non solo ho stentato a credere che potesse essermi capitato, ma ne sono stato contento.
I primi giorni di innamoramento sono stati meravigliosi. Con i piedi non toccavo mai terra e la testa era costantemente altrove. Per usare un luogo comune, direi che ero tra le nuvole. Anche se credo che essere innamorati sia ancora più bello che starsene avvolti da una coltre bianca che, anche se morbida, deve essere fredda e umidiccia. Pure la questione delle farfalle nello stomaco… che vuol dire, sentire le farfalle nello stomaco? Vorrei conoscerlo l’individuo in grado di testimoniare di aver effettivamente provato la sensazione di un gruppo di esserini svolazzanti nello stomaco. Io, le uniche farfalle che mi sono ritrovato ad avere dentro sono quelle che la mamma mi prepara per cena ogni mercoledì sera, abbondantemente coperte di sugo con le salsicce e di parmigiano grattugiato. È il mio piatto preferito, quello che da bambino mi faceva spalancare la bocca ancora prima che la forchetta carica fosse vicino.
Abbandono la tentazione di uno sbadiglio e come ogni mattina, da non so quanto tempo, ormai, mi fisso per qualche secondo sul calendario appeso alla parete. È maggio, ma per uno strano scherzo meteorologico sembra di essere ancora a dicembre.
Lunedì 27 maggio. Sì, è il giorno giusto. Oggi mi faccio coraggio e glielo dico.
Continuo a cullare il pensiero, mentre come un razzo filo in bagno per le necessità di ogni mattina e mi sbrigo a vestirmi per scendere in cucina per la colazione. Se non accelero il ritmo, va a finire che arriverò in ritardo e mi toccherà beccarmi un richiamo. Non che io abbia mai avuto problemi con la sveglia di mattina presto o con il gestire i tempi in generale. Ma, da quando sono innamorato è tutto diverso. Ogni minuto sembra avere infinite possibilità di sviluppo. Invece, non è altro che una sequenza veloce di sessanta secondi; che passano più in fretta di quanto ci si metta a contarli a mente.
Controllo di avere il cellulare in tasca, afferro le chiavi della macchina, prendo la giacca (perché è maggio, ma fa freddo come fosse dicembre) ed esco.
L’indicatore della benzina è basso. Sarebbe meglio fermarsi al distributore, ma non ho il tempo nemmeno per quello. Speriamo che la lucina rossa continui a rimanere intermittente e che la mia vecchia Ford non decida di abbandonarmi proprio oggi.
Lunedì 27 maggio. È il giorno giusto. Oggi mi faccio coraggio e glielo dico.
Continuo a ripetermelo come un mantra. Anche se ho la sensazione che, più che regalarmi coraggio e spirito di iniziativa, ogni volta che ci butto il pensiero mi sento un pizzico meno convinto di prima.
C’è da dire che non è la prima volta che ci provo. Era veramente dicembre quando, per la primissima volta da che mi sono accorto di essere innamorato, ho deciso di prendere il toro per le corna e di dichiararmi.
Ero convinto che sarei riuscito a sfruttare l’occasione degli auguri di Natale per avvicinarmi a lei, per guardarla in quegli occhi scuri e pieni di vitalità che mi fanno impazzire, per sentirmi morire alla prima volta in cui l’avrei vista mordersi il labbro inferiore, come fa sempre quando è colta alla sprovvista da qualcosa o da qualcuno, e per invitarla ad uscire insieme un pomeriggio dei successivi; per una passeggiata tranquilla lungo le vie illuminate a festa.
Sono rimasto convinto fino all’ultimo giorno di lavoro, pensando che il fatto di non poterla rivedere per due settimane mi avrebbe spronato a darmi una mossa e mi avrebbe permesso di lasciare in un angolo quella parte di me codarda che preferirebbe morire, piuttosto che rendersi ridicola. Ma, quando sono arrivato in azienda quella mattina, la sua macchina non c’era. Sono entrato in fabbrica a testa bassa e fino all’ultimo ho sperato che potesse essere arrivata insieme a qualche collega, ma niente da fare. Quando ho oltrepassato il suo reparto per raggiungere il mio, il vuoto del suo posto mi è sembrato enorme, paragonato all’intera stanza. Stupido, Stefano.
Da quel giorno di dicembre sono dovuti passare altri cinque mesi, per trovare di nuovo il coraggio di provare a parlarle. Bugia. Mi ci sono voluti altri cinque mesi e le parole scioccanti del mio amico Matteo: «Non vorrai mica aspettare di vederla al settimo cielo, perché qualcun altro le ha chiesto di uscire?». Aggiungo queste parole al mio mantra ufficiale.
Lunedì 27 maggio. È il giorno giusto. Oggi mi faccio coraggio e glielo dico. Non voglio aspettare di vederla al settimo cielo, perché qualcun altro le ha chiesto di uscire.
Raggiungo il parcheggio. La sua macchina c’è. La fortuna, oggi, sembra essere un po’ più dalla mia parte.
Anche se ha cominciato a piovere, ignoro l’ombrello appoggiato sopra il sedile del passeggero e indosso il solito berretto con visiera. Giallo, con un inconfondibile 46 in bella vista.
«Buongiorno, Maurizio! Anche stamattina qui, è? Ma quand’è che ti decidi a vincerlo sto milione e a lasciare il posto a qualche giovanotto di bella presenza, in cerca di lavoro?».
Seduto all’ingresso dell’azienda davanti il computer, Maurizio sorride divertito.
Ogni giorno è la stessa storia. È da due anni che ci conosciamo ed è da due anni che lo sfotto per la sua mania per i “Gratta e Vinci” e per il suo essere convinto del fatto che prima o poi riuscirà a trovare il biglietto da un milione di Euro e a dare una svolta alla sua vita.
«Buongiorno anche a te, Stefano! No, dico… occhio, con lo zucchero nel caffè! Non vorrei che ti rendesse troppo dolce e amabile. Poi… che sarebbe ‘sta storia del giovanotto di bella presenza?!? Perché… ti sembro vecchio e brutto io? Per tua informazione, mio caro, ho festeggiato da poco i cinquanta, ho ancora tutti i capelli in testa – cosa che non si può dire della maggior parte dei cinquantenni in circolazione – sono magro come un’acciuga e quando passo giù ‘l Corso con la sigaretta accesa in bocca gli occhi delle donne fanno a gara a chi mi ha visto per primo. Te capì?».
Maurizio accompagna quelle ultime due parole con il tipico gesto della mano vicino all’orecchio ed io non posso fare a meno di scoppiare a ridere. Gli passo il cartellino perché registri la mia entrata, aspetto che mi dica se c’è qualche comunicazione per me e faccio per allontanarmi in direzione degli spogliatoi.
Sono ad un passo dalla porta, quando lo sento rivolgermi di nuovo la parola e chiedermi: «Ma, te invece… com’è che sembri un fantasma con le occhiaie?».
Rispondo prima con un’alzata di spalle, poi: «Mah! Avrò dormito male per via degli spaghetti al peperoncino di ieri sera. Alla mamma ho detto di non esagerare con il piccante, ma quando decide che una cosa fa bene alla salute non c’è verso di farle capire che per tutto c’è una misura. Da quando il dottore le ha detto di sostituire il pepe con il peperoncino, a casa servirebbe di installare un idrante dei pompieri».
Faccio per muovermi, nel tentativo di sparire dentro agli spogliatoi, ma la voce di Maurizio mi blocca ancora: «Sarà. A me sembri più uno che sta patendo le pene dell’inferno per amore, altro che peperoncino!».
Ecco. Un’altra cosa su cui gli amici mi avevano messo in guardia, era di stare attenti a non far capire a chiunque di essere innamorato e di evitare ad ogni costo di diventare l’oggetto di scherzi e di prese in giro. Ma, Maurizio è una volpe per certe cose. Mi ha sgamato al secondo giorno. Beccato a guardarla mentre faceva colazione insieme alle altre, come fossi stato un ragazzino delle medie alle prime armi. Non è servito che dicessi niente. Si è accostato a me con il suo solito modo di fare discreto, ha strizzato l’occhio e ha detto: «Bella, è?». Non sono riuscito ad evitare di annuire a bocca aperta, prima di riuscire a distogliere lo sguardo ed evitare per un pelo che anche lei lo sapesse.
Il rumore delle levigatrici è tutto ciò che incontro lungo il corridoio. Sono in ritardo di qualche minuto sull’orario. Anche se cerco di raggiungere in fretta la mia postazione, mi becco un’occhiataccia dal caporeparto. A differenza di altri colleghi, a me non capita mai di essere in ritardo. Sarà per questo che comunque non mi dice niente.
Mi sbrigo ad indossare i guanti, la mascherina e i tappi per le orecchie, prima di prendere posto e di concentrarmi sul primo pezzo da rifinire.
Non posso dire di amare alla follia il mio lavoro, ma in tempi di crisi come quelli che corrono sono fortunato ad averne uno. Poi… una fabbrica di manufatti in vetroresina è sempre meglio del ristorante di mio zio Gino, dove sarei stato costretto a sopportare una paga misera, degli orari incasinati e le urla di mia zia Franca che dalla cucina è in grado di raggiungere l’ingresso del locale, con la sola forza della voce. No. Un lavoro separato dai legami di parentela e che mi garantisce la giusta quantità di indipendenza è quello che fa per me. Poi, non escludo un futuro altrove. Ma, al momento l’unico posto in cui vorrei essere è quello dove attualmente sto. Quello dove c’è anche lei. Quello dove oggi, sì, mi deciderò a parlarle e a dirle che mi piace.
«Ma, si può sapere che hai combinato? Sulla faccia sembri un puzzle riuscito male».
Andrea. Anche lui conosciuto grazie al lavoro. Anche lui, mai che si facesse gli affari suoi.
«Niente. Ma… poi, si può sapere perché stamattina avete deciso di prendervela con la mia faccia? Per Maurizio sono un fantasma, per te un puzzle riuscito male… ho paura di andare in bagno e di guardarmi allo specchio. Poi, proprio oggi che ho bisogno di sentirmi in forma e su con il morale…». Lascio cadere quelle ultime parole nel discorso, senza sentire il bisogno effettivo di una controbattuta. Ma, Andrea proprio non resiste: «Perché… che santo è oggi?». Gli occhi carichi di aspettativa e le mani sulla mola che per un po’ smettono di andare. «Niente. Dicevo così, tanto per dire. Continua a lavorare». Ok. Forse ho esagerato e Andrea non manca di farmelo notare: «Primo: tu non hai ancora cominciato con i tuoi pezzi e sei pure arrivato in ritardo. Secondo: non mi pare che ti abbiano nominato caporeparto o controllore della produzione, quindi… fatti gli affari tuoi». Non posso dire di conoscerlo benissimo, ma…  per quel poco che so di lui, so che se non mi sbrigo a correre ai ripari finisce che rimaniamo litigati per il resto della giornata. E sai che rottura, quando non puoi nemmeno scambiarti una battuta.
«Scusami, non volevo aggredirti. È che sono nervoso, perché ho deciso che oggi è il giorno buono per parlare con Lucia». Il suono del suo nome ha sul cuore la forza di un cazzotto. Sento le gambe tremare, come fossi in bilico sul bordo di un terrazzo, e ci manca poco che mi si annebbi anche la vista per l’emozione. Quando penso a lei non la penso mai con il nome. Per me lei è Lei. Lei è il centro di ogni pensiero. Lei è l’apice di ogni emozione. Lei è la ragione di ogni scelta.
Sono in un negozio in cerca di una camicia, per il battesimo del figlio di un amico? Anche se so che Lucia non avrebbe comunque modo di vedermi con la camicia indosso, ad ogni confronto con lo specchio del camerino mi chiedo: piacerebbe a Lucia? Al ristorante? Non c’è piatto sul menù sul quale non mi interroghi. Vorrei sapere se preferirebbe un primo piatto a una pizza e se, in fatto di pizze, abbia delle preferenze imprescindibili o meno. Mia cugina Valeria, per esempio, è da anni che ogni volta che si ritrova in pizzeria con gli amici ordina la solita pizza bianca con poca mozzarella e radicchio rosso. Io sono più il tipo da wurstel e salsiccia, ma alle volte non mi dispiace anche una capricciosa. In fatto di dolci… quali sarebbero i suoi gusti?
«Hai capito! Il nostro Stefano è coraggioso. L’avevo detto io, che prima o poi ci saresti arrivato. Vorrai mica aspettare…».
«Sì, sì! Non voglio aspettare di vederla al settimo cielo, perché qualcun altro le ha chiesto di uscire. Me l’avrai ripetuto almeno un centinaio di volte. La lezione è servita, se questo può giovare alla tua autostima. Ti ringrazio tantissimo per avermi spronato a fidarmi del cuore. Perché non ho niente da perdere, anzi. Se mi va bene, ci guadagno l’affetto di una ragazza speciale». Chiudo il discorso con una pacca sulla spalla di Andrea. Lui mi sorride. «Hai tutto il mio appoggio. Ma... come penseresti di fare, si può sapere?».
«Conto di offrirle un caffè a colazione. Che ne dici? Un approccio sufficientemente informale, ma utile allo scopo». Non aggiungo altro. Andrea mi sorride di nuovo, mi strizza l’occhio, poi ci mettiamo entrambi al lavoro.
Di solito, il lunedì mattina è un dramma. Nonostante sia il primo giorno della settimana e nonostante il riposo precedente del sabato e della domenica, mi sento sempre uno straccio. Fatico a far passare il tempo e, anzi, ogni volta che alzo gli occhi in direzione dell’orologio appeso alla parete mi sembra come se le lancette, invece di progredire, regrediscano.
Non è la stessa cosa per questo lunedì.
27 maggio. Sì, è il giorno giusto. Oggi mi faccio coraggio e glielo dico.
Oggi che vorrei davvero che il tempo scorresse al rallentatore, il suono della campanella che annuncia la pausa per la colazione mi coglie talmente tanto alla sprovvista da farmi sobbalzare. La levigatrice mi sfugge di mano e finisce per terra. «Merda! Sono già le dieci. Come possono essere già le dieci?». Il reparto si svuota in un batter d’occhi. Io provo a muovere i piedi verso la stanza delle macchinette nella maniera più naturale possibile. Ma, sembro ingessato e tutto mi sento fuorché spontaneo. «Adesso… che cosa le dico? Non ho pensato un discorso. Potrei non trovare le parole per…».
«Stefano, tutto ok?». È Angelica, una delle colleghe di reparto di Lucia. Rispondo di sì con un semplice cenno della testa, ma non devo risultare molto convincente. « È che mi è sembrato tu stessi parlando da solo». Sorrido, come a voler sottolineare l’assurdità della cosa. Ma, negare l’evidenza è uno sport in cui non sono mai stato troppo portato.
«Come mai stamattina gli altri ti hanno battuto sul tempo? Vuoi provare il brivido di essere l’ultimo, almeno per una volta?». «Già». Non posso certo confessarle che essere ultimo, oggi, ha i suoi vantaggi. Non posso confessare che sono mesi che studio gli orari della pausa di Lucia e che mi sono accorto della sua tendenza a lasciare che la situazione alle macchinette sfolli un po’, prima di farsi avanti per il suo quotidiano caffè macchiato al cioccolato. Primo: perché rischierei di fare la figura del folle, o – quantomeno – dell’aspirante tale. Secondo: perché non è ancora detto che io riesca a parlarle. Ora come ora, con l’incombenza del momento, sento che potrei non farcela a mantenere il coraggio con cui mi sono svegliato ed affrontarla.
Provo a muovere di nuovo i piedi, ma ho come la sensazione che tra la suola delle scarpe e la superficie del pavimento si sia insediata una valanga di colla a presa rapida.
Fatico, come se avessi delle cavigliere da cinque chili per gamba. Mi sento rallentato e privo di forze, come dopo una corsa di dieci chilometri. Mannaggia a me! Facevo meglio a bloccare i pensieri sul nascere, invece di convincermi che tutto è possibile e che basta volerlo.
«Allora! Te la dai una mossa, o conti di aspettare qui la pensione?». Andrea è tornato indietro a cercarmi. «Io il caffè l’ho già preso, tu che fai… decidi per il solito, oppure?». Sarei per l’oppure.
«Penso che proverò quello con il cioccolato. Ma, tu non badare a me. Io aspetto di poter parlare con Lucia». La reazione è automatica: nome, uguale brividi. Brividi, uguale indecisione pressante. Io tremo come una foglia per la paura e lui se la ride sotto i baffi.
Ci parlo, o non ci parlo? È il peggior dubbio amletico che mi sia mai capitato di avere.
Ci parlo. Sì… oggi è il giorno giusto. Ci parlo.
Decido giusto un attimo prima di affacciarmi sulla porta della stanza delle macchinette, anticipando Lucia per un soffio. Così… prima passo da maleducato perché non le cedo il passo, poi sembro il classico tipo che vuole riabilitarsi da una gaffe offrendo un caffè.
«Prendi quello macchiato al cioccolato, giusto?». Non le chiedo se posso offrirglielo, glielo offro e basta. Lei, forse un po’ intimorita, annuisce e basta. Alla domanda sulla quantità di zucchero la sento rispondere: «Tre pallini va bene, grazie». Scommetto che chi ha inventato le unità di misura non ha minimamente preso in considerazione l’idea che un giorno lo zucchero si sarebbe misurato anche a pallini. Con il tasto + poco sotto il display ubbidisco, prima di digitare anche il codice del caffè. Quando sei davanti alla ragazza più bella della terra e il respiro ti manca per il semplice fatto di averla a pochi centimetri da te, anche il tempo che un distributore automatico impiega per preparare un caffè macchiato al cioccolato sembra talmente lungo, da fare invidia all’eternità. È vero che non mi ero preparato un discorso, ma non pensavo che sarebbe stato così complicato trovare un argomento di conversazione per riempire dieci minuti di pausa.
Mi fisso con lo sguardo sul livello di preparazione della bevanda, consapevole che sarò un uomo finito non appena sullo schermo comparirà la scritta: “Bevanda pronta” e dovrò prendere il bicchiere e passarglielo.
Fortuna mia, ci pensa lei a togliermi dall’imbarazzo. La voce è giusto un filo, ma lontani dai rumori della fabbrica non serve chissà quale sforzo per farsi sentire. «Tu, come lo prendi?».
Corto. Basterebbe una parola.
Sono sempre stato un tipo da caffè corto e non ho mai sentito l’esigenza di cambiare le mie abitudini. Almeno, finora. «Di solito amo i caffè che si lasciano bere in un sorso, ma oggi il macchiato al cioccolato mi incuriosisce. Penso che potrei provarlo». Lei sorride e il mio cuore arriva dritto in gola.
Mamma mia, quanto è bella. Poterla vedere sorridere, senza sbirciarla con il timore di essere scoperto, è una soddisfazione che va oltre ogni dire. I suoi denti non sono perfetti, ma il modo in cui le labbra si sistemano intorno a loro li rendono tali. In più, quando sorride ha la tendenza ad arricciare leggermente il naso. Mi fa impazzire.
Al suono della macchinetta, prendo il bicchiere e glielo passo. Aspettare il mio sembra un po’ meno penoso. «Che te ne pare qui?». Volendo proprio dirla tutta, l’ultimo dei due ad essere arrivato sono io. Ma, credo che la domanda possa andar bene comunque. È talmente giovane, che di sicuro non lavora in questo posto da una vita. Per quanto ne so, potrebbe anche avere in progetto qualcosa di diverso.
«Non male, anche se il caffè non è come quello del bar». Muove il bicchiere fra le mani e la gocciolina che si era formata sul bordo, nel punto esatto dove aveva appoggiato la bocca, scivola lungo la superficie ondulata della parete, fino a mischiarsi di nuovo con il caffè rimasto sul fondo.
Il distributore suona di nuovo. È pronto anche il mio. Lo prendo, sollevo il bicchiere fino alle labbra e provo un primo piccolo sorso. Scotta da morire. Sono pochissime le cose in grado di scottare in maniera mortale, come il caffè dei distributori automatici. Fingo comunque che non sia niente e provo ad assumere l’aria di chi sta assaporando senza problemi qualcosa di nuovo. È buono o non è buono? È il secondo dubbio amletico nel giro di dieci minuti. Stavolta, però, rimango perplesso.
«Mah! Se proprio devo essere sincero, sento un certo conflitto di competenze». Lucia sorride ancora. Allora, io continuo a cavalcare quell’onda di humor che è arrivata all’improvviso ad aiutarmi e che sembra stia funzionando. «Non è n’è caffè, n’è cioccolato… non so se mi spiego. Mi aspettavo più il gusto tipico di  pezzo di fondente, dopo un buon ristretto». Poche parole, ma tutte azzeccate mi sembra. Lucia continua a guardarmi con quello sguardo curioso e divertito e io per un po’ smetto di sentire la forza del cuore che continua a premere nella gola. Adesso sì, che potrei veramente cominciare a parlare per ore. Ma, il suono della campanella ci impone la fine della pausa e il ritorno al lavoro. Mentre buttiamo via i bicchieri, la sento dire: «Ti ringrazio».
«Non c’è di che, ma… posso chiederti una cosa?».
La mia voce è flebile, come quando sono a letto con la febbre alta (che per me vuol dire dai trentasette gradi e mezzo in su) e la mamma viene a chiedermi se ho intenzione di scendere in cucina per il pranzo. Il più delle volte, la vedo uscire dalla stanza con la consapevolezza che non ha sentito la risposta alla domanda. Ma, non posso permettermi di cadere di nuovo nel panico tipico dell’innamoramento e di lasciare passare altro tempo prezioso. Non aspetterò di vederla sorridere, perché qualcun altro le ha chiesto di uscire.
Respiro a fondo e: «Posso offrirti un caffè?». Domanda idiota. Me ne rendo conto nel momento in cui la vedo fissarsi con lo sguardo sul davanti del distributore. Ha la faccia a punto interrogativo.
«Pensavo l’avessi appena fatto». Dice indicando con un dito i nostri bicchieri vuoti, sopra il resto della roba nel cestino dei rifiuti.
«No! Cioè… sì!». Balbetto. Fantastico. Il cuore in gola è tornato a farsi sentire in maniera insopportabile e temo che il mio motore vitale possa decidere di alzare bandiera bianca e di abbandonarmi da un momento all’altro.
«Quello che intendo dire è che…». Se non mi sbrigo a sputare il rospo, va a finire che Maurizio viene a richiamarci per la mancata presenza nei reparti. Ci manca solo un richiamo da parte dell’azienda, come ciliegina sulla torta a quella che penso stia rapidamente diventando la figura di merda più brutta della mia vita. Non sono un tipo che si massacra da solo, ma sono un’idiota e non c’è obiezione che tenga.
«Ciò che intendevo chiederti è se posso offrirti un caffè al di fuori di qui. Magari, troviamo un bar che faccia un ottimo caffè al cioccolato. Che te ne pare come idea?».
Rivedere il sorriso di prima e quel naso arricciato, mi regala una nuova boccata di ossigeno.
Forse, non muoio più per oggi.
«Eccoti! Marcella non ti ha vista tornare al lavoro e temeva stessi poco bene. È tutto a posto?».
È Francesca, un’altra collega di Lucia. Si rivolge a lei, come se io non  ci fossi. Fatico, ma faccio finta di non essere infastidito da questa cosa. Come per il fatto di essere stati interrotti poco prima che Lucia riuscisse a rispondermi.
Anche se rischio seriamente di vederle andare via senza sapere se le farebbe piacere uscire con me, sto buono e in silenzio.
E rimango buono e in silenzio per un po’. Fino a che… dico qualcosa, o non dico qualcosa?
Giuro che la prossima volta che sento la mia testa ragionare alla Shakespeare prendo il cellulare, trovo il numero di un bravo psicologo e lo chiamo. Non ne posso più di sentirmi l’Amleto della situazione. Ora! Va bene non essere il massimo in fatto di decisione. Va bene aver faticato non poco per sfangarla in questa delicata questione di cuore. Ma, quando è troppo è troppo!
Trascorro in silenzio altri secondi preziosi. Poi, finalmente Lucia sembra ricordarsi di me.
«Tutto ok, Franci… tranquilla. Dì a Marcella che arrivo subito». La collega fa dietrofront senza aggiungere una parola. Lucia raggiunge la porta della stanza, si appoggia con una mano alla maniglia e solo allora si volta a guardarmi. «Per te andrebbe bene questa sera alle sette e mezza?». Non chiedo di meglio. Il sorriso che mi si stampa in faccia è il più grande che mi sia capitato di fare in tutta la vita. Non è assolutamente vero che non si riescono a mostrare tutti i denti in un sorriso. Non ricordo a chi l’ho sentito dire, ma è una bugia. I miei quarantotto soldatini bianchi (come la mamma si divertiva a chiamarli quando ero piccolo, per convincermi a mangiare e variando sul tema dell’aeroplanino che atterra all’aeroporto), stavano risplendendo sotto i raggi delle luci al neon del lampadario, orgogliosi come non mai di essere tutti compatti e di essere tutti ben visibili. «A dopo, allora». Ci salutiamo in fretta, prima di tornare ognuno al proprio lavoro.
Ho sempre pensato che vivere in una città di piccole dimensioni sia uno svantaggio.
Passi per i giorni in cui lavori e ti tocca stare rinchiuso per otto ore, se non di più, tra le quattro pareti grigie di una fabbrica che, per quanto moderna, è pur sempre una fabbrica. Ma, quando è il tempo libero a farla da padrone, allora sì che è un dramma.
Le piccole città hanno poco, veramente poco da offrire in termini di svago e Gubbio non fa eccezione. Adorabile, strutturalmente parlando. Una vera chicca, per gli artisti o per gli appassionati di fotografia. Ma, viverci per trecentosessantacinque giorni all’anno non è sempre tutta questa pacchia. Tolti i periodi speciali e quelli di festa che riserva all’intera cittadinanza e ai turisti che la scelgono come meta, per il resto sono sempre le solite.
Non che le solite cose di sempre mi dispiacciano poi tanto. Ma, sono sempre le solite.
Il cinema puntualmente in ritardo sulle proiezioni e battuto alla grande dai multisala delle vicinanze, i pub sempre agli estremi in fatto di presenze; o troppo pieni da non riuscire a starci o talmente vuoti da angosciare e le vie solitamente deserte e deprimenti nel loro silenzio; più di quanto possa essere deprimente il restare barricato in casa a guardare il niente che di solito propone la televisione il sabato sera. Me lo sono sempre chiesto… chissà perché i migliori programmi e i migliori film li sparano tutti durante la settimana, quando la maggior parte della gente ha la sveglia che suona presto il giorno dopo e non si può permettere di tirare fino a tardi davanti allo schermo. Poi, si lamentano degli ascolti bassi. Dovrebbero saperlo come funzionano certe cose, loro che sono esperti del settore.
«Mi scusi, sa per caso dirmi l’ora?».
Ho camminato per talmente tanto tempo, con la testa immersa nei pensieri, che a malapena riesco a capire dove mi trovo e – soprattutto – che ore sono. Non vorrei arrivare in ritardo, proprio oggi che finalmente esco con Lucia.
Guardo alla svelta il display del cellulare e rispondo al signore dai baffi lunghi e bianchi che, tirando qualche boccata di fumo dalla pipa che tiene stretta in mano, non ha mai smesso di fissarmi. Starà pensando che sono uno strano soggetto, ma io penso altrettanto di lui.
«Sono le sette e venti».
Riprendo a camminare senza aggiungere altro. Un «Grazie» mi arriva alle orecchie di sfuggita, ma non ho il tempo di voltarmi per rispondere che “non c’è di che”.
Sono le sette e venti. Mancano dieci minuti allo scoccare dell’ora x. Devo sbrigarmi.
Mentre supero l’ufficio postale chiuso e accelero il passo lungo via Gioia, sento un’ansia terribile assalirmi. Perché? Perché l’ansia arriva a rovinare sempre l’attesa dei momenti belli?
Non potrei semplicemente essere un ragazzo felice e sereno? Un ragazzo che sta camminando per la città, per raggiungere la ragazza che ha invitato a bere un caffè insieme, per il loro primo appuntamento?
No! Io sono un ragazzo felice, perché sta per avere un primo appuntamento con una ragazza stupenda, e… ansioso per lo stesso motivo.
«Ciao! È molto che aspetti?». Mi precipito davanti a Lucia che, sollevando gli occhi verso l’orologio della Piazza, aspetta di vedermi riprendere un po’ il fiato: «No! Non sei in ritardo, non preoccuparti. Sono io che ho l’abitudine di arrivare in anticipo. Così, non rischio di fare tardi». In due sorridiamo di quel bizzarro gioco di parole. Poi, guardandoci intorno decidiamo di attraversare piazza Quaranta Martiri e di raggiungere il quartiere di San Martino.
Ecco. Anche se Gubbio è una realtà modesta e con possibilità di svago non sempre alle altezza delle mie aspettative, adesso è l’unico posto in cui vorrei essere insieme a Lucia. Perché, quando vuole, Gubbio sa essere magica. E sa riempirsi di magia in quel modo speciale che ti fa venir voglia di prendere carta e penna e di scrivere una poesia, o di stringere tra le mani una chitarra e di intonare una canzone. Mi immagino seduto sulla scalea del palazzo dei Consoli e mi sento cantare a Gubbio, come una celebre canzone fa a Roma, per chiederle di aiutarmi. Gubbio… non fa la stupida, stasera…
«Cosa hai pensato stamattina, quando ti ho chiesto di uscire?». Dal modo in cui Lucia mi sta guardando, intuisco che la mia non deve essere stata una grande mossa per rompere il ghiaccio.
Un sorriso. Gli occhi puntati nei miei. Poi, niente. Non so per quanti secondi rimango ad aspettare che il silenzio tra noi muoia.
«Niente».
Come sarebbe a dire?
Non che mi aspettassi chissà cosa. Ma, almeno di sapere se ne è stata felice.
Raggiungiamo l’ingresso del bar, la lascio passare e la seguo fino ad un tavolino in mezzo alla sala. Avrei preferito una posizione un po’ più periferica, ma non importa.
Adesso anche sopra i tavolini dei bar ci sono i menù. Cioccolata per tutti i gusti, tè e tisane per tutti i gusti e caffè versato in tazza in cinquanta modi diversi.
Io continuo ad essere convinto che la miglior scelta stia nel caffè corto. Eppure, quando il barista si avvicina per prendere il nostro ordine, Lucia sorride mentre chiedo: «Due caffè macchiati al cioccolato, grazie!».
«Tazza grande o piccola?».
«Grande». Immagino che avere più caffè da bere significhi avere maggiore tempo per rimanere seduti al tavolo. Solo io e lei, senza la gente che ci cammina intorno e senza il rischio che qualcuno che conosciamo si avvicini per attaccare bottone e rovinarci la serata.
«E tu? Perché mi hai chiesto di uscire?». La curiosità di Lucia è forte, glielo leggo negli occhi.
Sono tentato di rimanere sul vago, soprattutto per il desiderio di ripagarla con la stessa moneta. Ma, dopo un po’ mi sento stupido a fissarla senza dire niente. Allora, confesso: «Perché quando ti vedo mi tremano le gambe e anche se non sono sicuro di ciò che potrebbe nascere tra me e te, ho pensato di non aspettare di vederti con qualcun altro, per poi scoprire magari che sono innamorato e che mi rode tantissimo vederti felice con lui». Più sincero di così.
Mentre arrivano i nostri due caffè al cioccolato vedo Lucia mordicchiarsi il labbro inferiore e innervosirsi un po’. Oddio! Ci sarà mica qualcun altro? Vado in paranoia nel tempo reale di un microsecondo. E la morsa dell’ansia sullo stomaco non si allenta nemmeno quando la sento controbattere: «Non sono un tipo così richiesto». Sorride, ma non capisco di che cosa. Significa che ha accettato di uscire con me per disperazione?
Non posso chiederlo. Perché le cose che si vorrebbero sapere per non impazzire, sono sempre difficilissime da formulare in una domanda?
Provo comunque ad aggirare l’ostacolo: «Sono più che sicuro che una ragazza bella come te fa impazzire i ragazzi, ogni volta che entra in un locale». È un complimento, ma non solo.
Il cuore nelle tempie comincia a pulsarmi forte, quando la sento affermare: «Non sono proprio il tipo da locali e da vita notturna. Bere un caffè, seduta al tavolino di un bar e in buona compagnia, è quanto di meglio io possa sperare per una bella serata». Fantastico!
«E… che fai nel tempo libero, quando decidi di non uscire?».
«Dipingo».
Me la immagino davanti ad una tela, con un pennello tra i capelli e le mani imbrattate di colori.
Ama dipingere i paesaggi. Soprattutto perché, dice, non sono capricciosi come le persone. Sono ispiranti e sanno rimanere a disposizione dell’artista per tutto il tempo necessario.
Io non ho mai riflettuto sulla possibilità di fare qualcosa di artistico nella mia vita. Ma, se ci penso, mi sarebbe piaciuto recitare. Ho la sensazione che un attore sia maggiormente in grado di fronteggiare le situazioni imbarazzanti o scomode di ogni giorno. Non che ciò significhi dover fingere. Semplicemente, avere la faccia giusta per ogni momento.
«Mi piacerebbe poter vedere qualche tuo lavoro». Sorrido per l’ennesima volta, nella speranza che raccolga l’input per un possibile, futuro, secondo appuntamento. Ma, vivere in un mondo ipertecnologico significa avere sempre a portata di mano un cellulare carico di fotografie. E  ritrovarmi immerso nei suoi mondi di colori e nei prati verdi dei suoi lavori è più immediato di quanto volessi. «Sono stupendi, complimenti!».
Uno in particolare cattura tutta la mia attenzione. È una distesa di margherite.
Lucia lo capisce e si blocca su quell’immagine. «Questo l’ho realizzato l’anno scorso, dalle parti della fabbrica». Anche questa sarebbe una buona occasione per chiedermi di fare qualcosa insieme, ma il tempo continua a passare parlando dei suoi quadri, di musica, di libri e di film, senza che Lucia lasci intendere in qualche modo di volere uscire di nuovo con me.
Una volta fuori dal bar sono deluso, anche se cerco di tenere la delusione per me. Con le auto parcheggiate in due posti diversi occorre salutarsi lì e darsi la buona notte. Ci baciamo sulle guance, ci stringiamo la mano e ci allontaniamo ognuno nella propria direzione.
Sono già piuttosto lontano dall’ingresso del bar, quando sento la sua voce forte: «Stefano! Stavo pensando… posso offrirti un caffè?».
«Credevo l’avessimo appena preso. Vuoi fare il bis?». Sento un lampo accendersi negli occhi e in un attimo le sono di nuovo vicino. Sorride. È bellissima. È il motivo per cui non vorrei tornare a casa e quello per cui non vorrei chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno.
Pur di non perderla di vista nemmeno per un secondo, sarei disposto a fare orario continuato per la veglia e a rimandare l’appuntamento con il sonno ad un altro momento.
«Lo so, che lo abbiamo appena preso. È che mi chiedevo se ti andrebbe di uscire con me una delle prossime sere, per un altro caffè. Magari… stavolta ci mettiamo alla ricerca di un bar che faccia un ottimo espresso. Che te ne pare, come idea?».
Non è un tour tra le sue opere, non è una merenda all’aperto sdraiati in un prato di margherite, ma va benissimo lo stesso.

Sento il cuore fare le capriole dalla felicità. «Mi sembra un ottimo programma!».

sabato 24 maggio 2014

Se la pioggia va in vacanza... piovono soddisfazioni!!!

Quando le soddisfazioni continuano ad arrivare, le idee da mettere su carta non mancano e immergersi in nuove letture è sempre un piacere... cosa altro si potrebbe volere di più? 
Ancora all'opera per l'ultimissima parte del racconto a puntate che vede come protagonisti Giordano e Alice oggi sono felicissima di mostrare il contenuto di una busta trovata nella cassetta delle lettere un po' di giorni fa... :-D






Nuove soddisfazioni per me e per zia Patrizia... insieme alla Compagnia dell'Orto che... ci sta chiedendo di rimetterci all'opera! Chissà... idee (e parole per esprimerle) non mancano... ;-)
Magari... presto faremo il Bis!!!  
Alla prossima :-D

lunedì 21 aprile 2014

Pagine e Cuore: Mi arrivi come da un sogno

Daniel Pennac scrive...

"Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere".

E' vero... anche se alle volte tra le pagine non trovi ciò che stavi cercando. Magari... arrivati all'ultimo punto, ci si accorge che il libro appena chiuso non è stato in grado di mozzare il fiato, ma... ogni riga è comunque un minuto (o più) di vita aggiunta. Leggendo, mentre la propria vita va avanti, pur stando seduti sul divano o sdraiati sopra il letto, con la mente ci si immerge in avventure nuove, in emozioni alle volte sconosciute, in situazioni a tratti al limite del comprensibile e... si vive, si vive, si vive.

Diventa un vivere meraviglioso, estasiante e di cui non si vorrebbe mai conoscere la fine, quando...

 quando il libro tra le mani non solo è un libro che si è atteso per tantissimo tempo, ma... sin dalle prime parole ha il profumo di una promessa mantenuta. Leggi... continui a farlo, mettendo al bando qualunque altro impegno, e già sai che... sarà bellissimo! Allora... ecco che ti ritrovi a pensare che ci sono attimi in cui nulla appare più bello di quell'inchiostro su carta che, pur scorrendo lentamente sotto agli occhi, lo fa comunque in un modo troppo veloce.

Leggere e ritrovarsi immersi in speciali 'questioni' di Cuore.

Leggere e sapere che quelle pagine che ancora mancano, per arrivare alla fine, non deluderanno. Leggere e sperare di poter vivere qualcosa di simile... un giorno. 
Non uno di quegli amori facili, non uno di quegli amori dove tutto appare subito scontato. Ma... quell'amore che arriva quando meno te lo aspetti, quell'amore che ti travolge come un uragano, anche se pensavi di aver già fatto altri programmi per la vita e che... ti fa accorgere che da troppo tempo, forse, avevi smesso di sentire il battito del cuore. Mentre leggi (con la continua consapevolezza che tutto possa aspettare, ma non lo scorrere delle pagine), respiri a pieni polmoni senza nemmeno accorgertene e sorridi...
Sorridi tantissimo, perché senti di non essere pazza. Quella A maiuscola, per la parola Amore, può esistere davvero. Esiste davvero.
E non importa se è un libro che ti chiede di nuovo di crederci. Non importa se sono solo parole, quelle che chiedono al cuore di non rimanere chiuso. Viaggi, sorridi e ti emozioni fino all'inverosimile, insieme a quella Lei e a quel Lui speciali. Alla fine di tutto, poi, non solo ti accorgi di essere felice, addirittura felicissima per loro (come fossero cari, vecchi, vecchissimi amici), ma... li ringrazi. Perché se è vero che tramite i libri, nel passare degli anni, senti di aver imparato tanto è anche vero che: un libro è arrivato a salvarti!



Allora... almeno per questa volta, quando l'ultimo punto è tutto ciò che rimane, provi a non dispiacerti più di quel tanto. Perché c'è almeno una cosa che con un libro puoi decidere di fare, al contrario di quanto potresti con gli attimi di vita vera, puoi decidere di farti abbracciare da quelle parole speciali ogni volta che vuoi e... ricominciare la storia daccapo... Ogni volta che vuoi :-D
Ripartire dall'inizio in qualunque momento vorrai. Magari rileggerne solo alcune, delle righe che ti sono piaciute di più. Per non smettere di sognare, per continuare a tenere sempre con sé la consapevolezza che tutto può essere possibile, quando si parla del cuore e per... per Vivere di nuovo una o più di quelle vite che, al di là della tua, ti piacciono da morire e sono energia pura per il cuore.

Buone letture e buoni sogni ad occhi aperti a tutti, alla prossima.

mercoledì 9 aprile 2014

Se la pioggia va in vacanza... incontro presso la Scuola dell'Infanzia di Semonte

Il primo post del mese per dire che... sono Felicissima! Tantissime ragioni, tantissime belle novità, tantissime speranze, tantissimi progetti e... oggi, proprio oggi...
...un incontro speciale! :-D
Quando la Fantasia arriva a tenerti compagnia e tutto ciò che ti chiede di fare è di darle un po' d'ascolto, mai arriveresti a pensare (mai, mai, mai!) di poterti ritrovare - a distanza di tempo - a ripensare a quel giorno speciale e a sorriderne... :-D
Sì! A sorriderne, con la consapevolezza di chi sa che, grazie a quel giorno, tante cose (che non sarebbero accadute diversamente) sono successe e tante ancora (incrociando le dita) potrebbero accadere... ;-)
Allora... ecco che, in una mattina di primavera dal cielo un po' incerto, ma dalla temperatura assolutamente gradevole, ci si ritrova in compagnia di piccoli amici e di una 'vecchia storia'...

Un sentitissimo ringraziamento alla...


Per la bellissima accoglienza e per il tempo dedicato a... "Se la pioggia va in vacanza"!
Grazie, Grazie, Grazie alle insegnanti: Anna Maria Becchetti, Anna Rita Belardi, Sabrina Maurizi, Sabina Venturi, per aver lavorato insieme ai bambini e insieme alla storia, con tantissimo interesse, con infinito entusiasmo e con immensa passione!!! (http://www.livegubbio.it/2014/04/La-Scuola-dell-infanzia-di-Semonte-e-l-importanza-dell-acqua)
Questi... alcuni degli scatti che raccontano di un momento assolutamente indimenticabile...











E... speriamo presto nel concretizzarsi di ciò che, per ora, è stata solo una piacevole, stupefacente chiacchierata. Ma, come si suol dire in questi casi... chi ben comincia... ;-)
A presto... Buona serata a tutti :-D

domenica 16 marzo 2014

Una storia a puntate. #3

Una storia a puntate. #1

La porta scorrevole li lasciò passare, salutandoli con il cigolio con cui salutava chiunque avesse intenzione di entrare o uscire di lì; da più di cinque mesi ormai.
«Chissà se con l’anno nuovo si decideranno a dare una controllatina al meccanismo. O… magari preferiranno aspettare che la porta si blocchi del tutto. Tanto… si sa come va a finire sempre, con queste cose».
Alice non si poteva definire una persona polemica. Non a prescindere, perlomeno. Ma… esistevano cose o situazioni per cui le bastava veramente un niente per uscire fuori di testa e per dare di matto; letteralmente.
Per quel che riguardava Giordano, non tutto ciò che lo circondava – pur se fastidioso, come il cigolio di una porta scorrevole – poteva essere un suo problema.
Gli bastava avere la testa carica di pensieri, per quel progetto non ancora portato a termine e il cui esito era ancora piuttosto incerto. Perciò… guardandola con l’espressione tipica di chi stava camminando a braccetto con la fretta e con la tensione, si limitò a rispondere in modo molto maschile e con l’altrettanto maschile e tipica nonchalance: «Mah! Io non c’avevo neppure fatto caso». A sottintendere che secondo lui non era una cosa grave, che secondo lui era inutile preoccuparsene e che… beh… Sì! Che erano lì per una ragione più importante e imminente; altro che meccanismo della porta.
Venti passi contati, prima di arrivare di fronte al banco frigo di latte, burro e formaggi vari tagliati e confezionati a spicchi.  
«Bene! Da dove si comincia?».
Un’altra cosa di cui Giordano era beatamente all’oscuro, ma con cui stavolta – per forza di cose – avrebbe dovuto fare i conti, era il caos che poteva regnare in un supermercato in un giorno di festa, quando tutti sono concentrati a tenere sotto controllo e a risolvere (quando possibile) i preparativi dell’ultimo minuto.
Per Alice fu quella l’occasione giusta per sfoderare tutta la nonchalance femminile di cui era capace e per dimostrarsi all’altezza per riuscire a fronteggiare la situazione.
Una giungla; per dirla in due parole. Il supermercato a quell’ora, di quel 31 dicembre 2013, era una vera e propria giungla.
Giordano fece appena in tempo a spostarsi dalla traiettoria di un bimbetto di sei o sette anni che, trovati gli yogurt preferiti, stava stringendo forte, forte il suo bottino e stava correndo in direzione di quella che immaginò essere la mamma munita di carrello.
«In verità… ho continuato a pensarci per tutto il tempo che siamo stati in macchina», il che equivaleva ad ammettere di essersi sforzato in una riflessione non più lunga di cinque minuti, «ma… non credo di volermi cimentare in piatti particolarmente elaborati, per questa cena. Non voglio stupirla con la presentazione delle pietanze, voglio di più essere sicuro che ciò che mangeremo le piacerà». In un mondo dove la maggior parte delle cose vengono fatte per apparire, avere chiara una cosa del genere poteva essere un buon punto di partenza.
Alice cominciò a guardarsi intorno con l’espressione tipica di chi conosce alla perfezione la disposizione dei prodotti sugli scaffali e deve solamente decidere quali andare a trovare e quali no.
«Partiamo dagli antipasti, vuoi?».
Giordano rimase per un attimo a fissarla, mentre lei era già arrivata all’altro banco frigo che era quello delle salse di vario tipo per i crostini, del salmone confezionato per tutti i gusti e per tutte le esigenze, dei formaggi spalmabili, delle mozzarella (di bufala e non) e degli affettati sottovuoto.
«Se deve somigliare almeno un po’ ad un cenone, non può mancare qualcosa di pesce. Che ne dici di cominciare con dei crostini di salsa tonnata guarniti con capperi, di proseguire con un insalata di gamberi in salsa rosa e di concludere con del salmone affumicato a fette, condito con olio, limone e pepe rosa?». Giordano avrebbe voluto far presente di non aver mai sentito parlare prima di pepe rosa, ma... continuando a comportarsi come fosse stato un alieno su quella terra, si limitò ad annuire.
C’era da dire che Alice sembrava esattamente cosa stesse facendo e sembrava che quella sua affermazione sul voler essere sicuro più della sostanza, che dell’apparenza, le fosse bastata per avere le idee più chiare delle sue per quella serata.
Si spostarono in fretta nel reparto della pasta di grano duro e di quella pronta all’uovo.
Stavolta Alice propose ciò che aveva in mente, come se stesse semplicemente dando un parere: «Io farei degli spaghetti alla chitarra con vongole, pomodorini e prezzemolo. Che ne dici?».
Alessio annuì. Non amava moltissimo le vongole, ma tutte le volte che si era ritrovato a mangiare al mare con gli amici erano servite a fargli capire che si trattava comunque di un piatto forte, tra i primi di pesce.
A quel punto, allora, provò a pensare lui a un secondo. Ricordava alla perfezione tutti i venerdì passati in cui sua madre si era ostinata a preparare il pesce per cena. Perciò non gli rimaneva che risolvere il classico imbarazzo della scelta.
Proporre il salmone in qualche modo poteva essere interessante, ma forse un po’ ripetitivo. Ritrovarsi di fronte ai classici filetti di platessa infarinati e conditi con una spruzzata di limone poteva ridurre la cena a qualcosa di troppo semplice. Una frittura mista poteva sembrare un secondo piatto un po’ troppo pesante, ma… trovato!
Le bistecche di pesce spada potevano essere tanto interessanti e gustose, da fare proprio al caso suo. Anche queste guarnite con capperi, ma con l’aggiunta di piccoli pezzi di scorza di limone e con qualche oliva nera in qua e in là. Immaginava che nessuno avrebbe potuto trovare da ridire.
«Dove è che si trova il pesce surgelato?». Il sorriso che aveva stampato in faccia era di quelli sicuri. Ma... nonostante non avesse chiarito a che cosa gli servisse saperlo, Alice lo bloccò subito: «Non sarebbe meglio acquistare il pesce fresco al reparto pescheria?». Lei era consapevole che avrebbe significato fare una fila interminabile, armati solo di pazienza e di buone intenzioni, ma Giordano ne era beatamente ignaro e, sempre beatamente ignaro, piegò la testa a rispondere di sì.
Quando si piazzarono di fronte il bancone del pesce vedere i prodotti esposti era tanto impossibile quanto vincere al Superenalotto senza aver giocato la schedina.
C’era il numero da prendere e c’era da reggersi forte nel capire di avere davanti più di trenta persone. Del resto è risaputo che per un buon cenone serve del buon pesce e che per del buon pesce non si può fare affidamento sul reparto surgelati del supermercato. Anche fosse il reparto surgelati più rifornito del pianeta, nessun prodotto in scatola sarebbe in grado di eguagliare il sapore dello stesso prodotto fresco.
Alice era tutta intenta a tenere su il morale di Giordano, che cominciava seriamente a pensare di essersi messo in un’impresa più grande di lui, quando una voce alle spalle arrivò a distoglierla dalla missione.
«Alice!». Il tono dell’esclamazione non era quello tipico di chi non ti rivede da un sacco di tempo ed è felicissimo di imbattersi in te. Piuttosto era quello famigliare di qualcuno che ha avuto a che fare con te per un sacco di tempo e avrebbe sperato di non doverti rincontrare mai più, ma… già che c’era…
Gli occhi di Alice rimasero fissi in quelli di Giordano per qualche secondo. Fino a che, in effetti, fu proprio necessario voltarsi e salutare chi aveva già dato segno di averla notata in mezzo a tutta quella folla di gente in attesa.
«Matteo». Avrebbe potuto aggiungere un ‘anche tu da queste parti?’, ma le parve una cosa stupida da dirsi e per questa ragione tacque.
Matteo si era un po’ appesantito dall’ultima volta che si erano visti, ma i lineamenti del suo viso rimanevano comunque bellissimi. Forse sembrava più robusto perché, a ben guardare, doveva aver cominciato ad andare in palestra. Dopo un po’ che si erano conosciuti Alice aveva smesso di contare le volte in cui erano finiti per litigare a causa di quella sua mania per gli esercizi fisici, ma si consolava almeno nel vedere che tanta discordia non era stata manifestata invano.
Non avrebbe saputo dire bene il perché, ma l’idea che qualcuno spendesse tanto tempo appresso al muscolo dal scolpire era qualcosa che semplicemente la repelleva. Forse perché non era mai stata un fuscello di ragazza e aveva sempre dovuto lottare contro le menti, a suo parere ristrette, di chi le diceva di tenere alla larga i chiletti di troppo. O… forse perché odiava quel modo di fare che apparteneva alla maggior parte dei palestrati di sua conoscenza (senza generalizzazioni, per carità), con quella tipica faccia sicura e con quegli sguardi dall’alto in basso, che sapevano di accusa costante contro chi – come lei – troppo spesso forse si lasciava tentare dai piaceri della gola.
«Sempre ridotta all’ultimo momento, è? A quanto pare… è proprio vero che le cattive abitudini sono dure a morire». Un senso dell’umorismo efficace quanto il solletico fatto sulla pancia dalla punta leggera di una foglia secca. Alice si limitò a guardarlo male, evitando di sottolineare ciò che sembrava apparire ovvio a tutti, fuorché a lui. Se si erano incontrati lì, entrambi a quell’ora ed entrambi in fila per il pesce, voleva dire che non solo lei era un’immancabile ritardataria.
Con Giordano che non sembrava per niente sentirsi di troppo e che non aveva smesso un secondo di fissarla, da che Matteo si era materializzato dal nulla davanti a loro, Alice cercò di respirare profondamente, prima di controbattere: «c’è momento e momento. In alcuni casi… ridursi a una decisione dell’ultimo momento è ammesso».
Con quella risposta, per lei la conversazione era semplicemente da considerarsi morta lì. Ma, Matteo non sembrava pensarla allo stesso modo.
«Lo so che non mi hai ancora perdonato, ma… se mi sono avvicinato per parlarti è anche per questa ragione. Che tu sia d’accordo o meno, credo che ci siano delle cose che dobbiamo ancora chiarire».
Fu allora che la pelle di Giordano cambiò colore e che, immischiandosi, si ritrovò a dire: «Penso sarebbe meglio rimandare, di qualunque cosa tu stia parlando. Io e Alice adesso siamo un po’ occupati».
In effetti… c’era da domandarsi come mai Matteo non avesse tenuto minimante in considerazione il fatto che Alice non fosse sola, in fila davanti al banco del pesce fresco del supermercato. Ma… se Matteo era quel Matteo di cui Giordano aveva sentito parlare al lavoro, non c’era nemmeno tanto da stupirsi se molte cose che si ritrovava sotto il naso gli sfuggivano.
Si era aspettato di ricevere un’occhiataccia e, tuttalpiù, un’altra battuta che non sarebbe stata in grado di far ridere nemmeno l’individuo più facile alla risata al mondo. Ma, ciò a cui Giordano non era preparato era vedere Alice reagire come se quella richiesta di chiarimenti fosse del tutto normale.
Lei si girò con quell’aria compassionevole che solo le donne riescono ad avere, in certi momenti. Aveva gli occhi un po’ lucidi e le labbra sembravano cedere ad un piccolo tremore, di tanto in tanto.
«Non vorrai mica dirmi che hai intenzione di concedere un chiarimento a questo tipo qui? Ti ha lasciata più di un anno fa. Ti ha spezzato il cuore senza pietà e senza permetterti di aggrapparti ad una qualche spiegazione».
Alice continuava a fissarlo, rimanendo in silenzio. Ma, in quel caso Giordano non aveva ancora finito con le parole.
«Io non ti capisco. Giuro che non ti capisco. È una cosa finita, si o no?», anche lui non aveva timore alcuno a sostenere lo sguardo.
Alice mosse la testa, in un sì appena percettibile. L’espressione di Matteo sembrò accusare il colpo, ma Giordano non era ancora del tutto soddisfatto. «Se è così, non vedo cosa ci sia ancora da chiarire. Non sempre si è in tempo per le spiegazioni. Ci sono ragionamenti che arrivano in ritardo e che, proprio per questo, nascono e muoiono inutili».
Poteva dire di aver fatto il suo, impedendo alle parole di morirgli dentro. Poco, ma sicuro, non era stato però sufficiente a convincere Alice a non cedere.
«Sono sicura che, in tutto ciò che ti manca da scegliere per questa sera, te la caverai benissimo. Non hai bisogno del mio aiuto… davvero».
A quel punto, a Giordano sembrò di non avere altro da aggiungere. Avrebbe voluto dire che non era per la sua cena ancora da organizzare che lo diceva, ma non lo fece.
Rimase con il suo numero in mano, lasciando che Alice uscisse dal supermercato insieme a Matteo ‘faccia-da-schiaffi’.
«Già. Non preoccuparti… saprò cavarmela da solo. Andrà tutto benissimo».

domenica 2 marzo 2014

Una violetta... per un desiderio!


Sentire sotto ai piedi la terra bagnata ed eccessivamente morbida era il chiaro segno che per troppo tempo non aveva fatto che piovere. I raggi del sole, i primi dopo tanti giorni di nuvole grigie e di pesanti gocce d’acqua, davano fastidio agli occhi. Tanto, da sentire la necessità di schermarli con una mano.
La piccola Viola stava camminando, insieme con la zia. Il verde del grande prato tutt’intorno era tutto ciò che i suoi occhi di bimba riuscivano a percepire.
Avrebbe voluto portare con sé l’aquilone, ma il vento non era abbastanza forte dal lasciare sperare che sarebbe riuscito ad alzarsi in volo. Per questo, allora, si era accontentata di fare uscire di casa il vecchio, fidato Tobia. Tobia era un peluche a forma di cane che, nonostante l’aspetto pulito e leggermente arruffato, ne aveva già viste di tutti i colori. Era stato per Viola il primo, morbido regalo e – a sconcerto di chi le aveva regalato per il compleanno qualcosa di decisamente più moderno, colorato e accattivante – quel peluche era stato da subito tutto ciò che Viola aveva sempre voluto avere con sé. Guai a uscire di casa per seguire la mamma al supermercato, se anche Tobia non era nel passeggino. Assolutamente no al fatto di prendere in considerazione l’idea di andare a trovare i nonni nella casa di campagna (dove poi – di solito – Viola e genitori avevano l’abitudine di fermarsi per un giorno intero), se anche Tobia non era stato caricato in macchina insieme a tutto il resto.
Viola e Tobia facevano colazione insieme, giocavano sul divano insieme, si divertivano a fare le capriole sul pavimento insieme, insieme guardavano la televisione prima e dopo aver cenato e – sempre insieme – si coricavano nel piccolo, accogliente letto della bambina; per dormire quel tanto che bastava a due spiriti energici come i loro, prima di una nuova, grande giornata di avventure domestiche.
Nonostante questo però… non v’era dubbio che non solo Viola non ne avesse ancora abbastanza di Tobia, ma anche che… Tobia non sembrava essere ancora tanto stanco da accettare tranquillamente l’idea di essere messo da una parte. Nessuno dei due, per dirla con poche parole, sembrava avere la minima intenzione di fare a meno della buona compagnia dell’altro.

Viola era una bimbetta sveglia. Capelli ricci, biondi e lunghissimi. Un nasino buffo e quasi sempre arrossato, che in molti si divertivano a chiamare ‘nasino patatino’. Non che le dispiacesse. Oltre a non essere una bambina permalosa, Viola incarnava tutto ciò che un  bambino di quell’età dovrebbe essere. Quando la scuola è una realtà ancora abbastanza lontana, ma non si è nemmeno tanto piccoli da non capire il verso delle cose. Anzi... quando si è piccoli, si possiede il dono di vedere il mondo con occhi speciali e anche il cuore reagisce sempre bene (o quasi) a tutto ciò che ci viene riservato. Per questa ragione, quando zia Lucia richiamò la sua attenzione utilizzando proprio quelle due strambe parole, Viola non fece un frizzo. Si limitò prima a guardarla, in un secondo momento le sorrise e, alla fine di tutto, le si avvicino tanto da arrivare a prenderla per mano; per convincerla a fare una corsa insieme.
Qualcosa le diceva che la zia non era del umore giusto, ma Viola evitò di chiederne il perchè.
Inizio a correre velocemente. Tanto velocemente, che zia Lucia faticava sul serio a starle dietro.
In men che non si dica, cominciarono ad avere il fiatone. Ma non per questo Viola si decise a rallentare. Correre era una delle cose più belle al mondo. E quando capitava di poterlo fare in un grande prato, era quanto di meglio si potesse desiderare per una corsa.
Viola correva e sorrideva, sperando che anche zia Lucia riuscisse a fare altrettanto. A volte correva in circolo, a volte correva a zig-zag, altre volte – ancora – correva andando verso la strada. La bimba cercò di lasciarsi andare più che poté e fu felice quando, guardando per l’ennesima volta in direzione della zia, si accorse che l'espressione del suo viso si era addolcita.
L’aria stava perdendo lentamente l’odore della pioggia, ma non si poteva comunque negare che a tratti si sentisse il tipico aroma della terra bagnata. Insieme, continuarono a correre ancora per un po’. Fino a che Viola decise di fermarsi di nuovo e di stringersi di nuovo a Tobia. Povero, tenero Tobia. Non v’era dubbio che quella corsa doveva averlo sballottato troppo!
«Che dici zia… pensi che durerà questo bel sole?». La nipotina avrebbe voluto sedersi sull’erba, come faceva sempre dopo una corsa all’aria aperta, ma… proprio non era il caso di sporcarsi. Poi… chi le avrebbe sentite le urla della mamma alla vista dei pantaloni macchiati di fango?
«Potrebbe. In fondo… dopo tutta questa pioggia…». Lucia sorrise per la prima volta, quel giorno. Lentamente, anche i raggi del sole cominciavano ad essere meno fastidiosi. «Sarebbe bello poter pensare che sia in arrivo la bella stagione, ma… potrebbe anche piovere di nuovo».
La zia rimase a guardare Viola che continuava a muoversi sulle gambe, come faceva sempre quando avrebbe voluto fare qualcosa di diverso da quello che stava facendo.
«Ti va di camminare ancora un po’, prima di andare al bar a prendere una cioccolata calda?».
«Io e Tobia vorremmo arrivare fino al dondolo del parco, va bene?». La nipotina rimase a guardarla. Poi, al sorriso della zia, iniziò a correre.
Il dondolo non era lontano. Quando anche Lucia lo raggiunse, Viola era già seduta sopra alla panchina di ferro e si stava dondolando.
Lucia non ricordava l’ultima volta che le era capitato di dondolarsi su qualcosa del genere, ma guardare la nipote divertirsi tanto la fece sorridere per l’ennesima volta. Guardava lei, il fedele Tobia e…
«Che cosa stringi nella mano?». La mano della bimba era chiusa a pugno e per un attimo Lucia temette che potesse aver raccolto per terra qualcosa che non avrebbe dovuto toccare. In un attimo si sentì il cuore schizzare nelle tempie e riuscì a tranquillizzarsi solo dopo che la nipotina le lasciò vedere che cosa custodiva tra le dita.
«Una violetta? Dove l’hai trovata di questi tempi?».
Viola lasciò Tobia da solo sul dondolo e portò la zia fino alla fontanella d’acqua che c’era nel parco.
Poco lontano dalla colonnina di metallo con il rubinetto, tra il verde delle foglie a forma di cuore, piccole teste viola da cinque petali sbucavano in qua e in là. D’improvviso, allora, Lucia ebbe come l’impressione che in quel punto preciso l’aria avesse un odore buono; quello tipico della primavera. Avrebbe voluto sedersi sopra ai fili d’erba e immergere il naso in quella strana nuvola multicolore, ma non lo fece.
Limitandosi a raccogliere un fiore, disse solamente: «Lo sai che le violette si possono mangiare?». Quelle parole furono come la chiave per una porta sul passato.
Lucia era piccola. La sua piccola mano nascosta e protetta dentro a quella più grande e segnata dal tempo del nonno. Come quella mattina, anche allora il sole aveva deciso di tornare a fare il suo mestiere, dopo giorni e giorni di pioggia e di freddo. L’oliveto di famiglia contava diverse, grandi piante. Ma, una in particolare era la preferita di Lucia. Non perché avesse foglie diverse dalle altre o, quando d’autunno arrivava la stagione delle olive, perché si riempisse di olive speciali; rispetto agli altri alberi d’olivo. Ma… perché buona parte del pedale della pianta era cavo e, dentro a quella cavità in parte ricoperta di muschio, si nascondevano agli occhi di chiunque passasse di lì (per una passeggiata, per raccogliere funghi, asparagi, more o altro) alcune giovani pianticelle di violette. Il nonno le aveva piantate per lei.
« È un fiore molto speciale, le aveva detto non appena furono fiorite per la primissima volta. È il fiore dei desideri». Lucia aveva sempre saputo interrogare le margherite, con quel gioco meticoloso della conta dei petali. Sapeva che anche imbattersi in una coccinella poteva essere segno di buon auspicio. Ma, delle violette… No! Della magia celata tra i petali di una violetta, non aveva mai sentito parlare.
Eppure… non ebbe esitazione alcuna quando il nonno, porgendogliene una dall’intenso colore viola e dal fortissimo buon profumo, le disse: «Mangiala ed esprimi un desiderio. I desideri sono questioni speciali, mia cara. E non si possono affidare solo alle stelle. Come esseri umani, abbiamo il dovere di fare di tutto per essere felici. Ed avere dei desideri e dei sogni in cui credere è forse l’arma più forte che ci è stata data… dopo la Fede». Lucia chiuse gli occhi, stringendo il piccolo fiore tra le dita. Rimase immobile un attimo ad ascoltare i pensieri del cuore e, non appena la mente ebbe trovato le parole giuste per esprimere le sue speranze di bimba, aprì la bocca ed inghiottì il fiore. Il nonno fece altrettanto.
Non seppe mai cosa il nonno avesse desiderato in quel momento, né mai rivelò a qualcuno cosa lei stessa avesse chiesto alla sua violetta. Lucia sapeva di essere stata fortunata e questo le bastava.

Viola sgranò gli occhi dalla sorpresa e continuò a guardare  la zia.
«Proprio così… nasino patatino! La violetta non solo è un fiore che si può mangiare, ma… mangiandolo puoi affidarle un desiderio. Vorresti provare?».
Zia Lucia raccolse altre due violette dal piccolo branco di fiori e mentalmente si trovò a ringraziare il cielo che quel parco, almeno per quel che riguardava quella parte riservata ai giochi all’aperto per bambini di tutte le età, fosse interdetto agli animali. Non che una violetta cresciuta all’aperto, all’ombra di una pianta d’olivo poco lontano da casa, fosse di per sé più pulita di una violetta nata in un parco cittadino, ma… poco, ma sicuro, sarebbe stato peggio avere il sospetto che qualche cane avesse scelto proprio la zona delle violette accanto alla fontanella, per i propri bisogni.
Ad ogni modo… per esserne ancora più certa di non stare facendo qualcosa di sbagliato, Lucia aprì il rubinetto dell’acqua e diede una vigorosa sciacquata ai due piccoli fiori. Tolse le parti verdi che erano di troppo e le due violette erano pronte per essere mangiate.
Chissà se quelle due violette erano consapevoli che sarebbero diventati le custodi di due sogni?
Lucia si ritrovò a domandarselo, mentre osservava la piccola mano di Viola che era già aperta davanti a sé e mentre sorrideva alla nipotina, che sembrava aver dimenticato qualsiasi altra cosa e stava aspettando con pazienza solo di poter sperimentare quel qualcosa di nuovo.
«Sei pronta? Hai pensato bene a che cosa desiderare? Sei proprio sicura, sicura… che sia il desiderio giusto?».
Viola fece di sì con la testa. Una sola volta, per lasciare intendere comunque un sì collettivo, in risposta a tutti quegli interrogativi.
Allora…

Violette nelle mani…
Occhi chiusi…
Desideri nel cuore…

Nella bocca, il sapore di quel piccolo fiore era particolare. Dolce, ma non stucchevole quanto sarebbe quello di una zolletta di zucchero. Era molto di più simile al dolce sfuggente di una sola goccia di miele poggiata sulla lingua. Quel tipico sapore dolce, che non fai in tempo ad avvertire che è già sparito.
Anche la consistenza era interessante. Per quanto fosse ben poca cosa da mandar giù, aveva la croccantezza tipica dell’insalata. Quel tipico stridore tra i denti, che hanno le cose verdi e crude. Quel tipico scricchiolio ad ogni masticata, che per qualcuno (per fortuna, non per Viola) rappresentava un vero e proprio fastidio e una ragione più che valida per tenere alla larga dal piatto simili pietanze.
Lucia rimase ad osservare la nipotina, mentre la sua viola era già sparita dalla  bocca per arrivare allo stomaco insieme al suo desiderio.
«È tutto ok?». Le chiese.
Viola aveva faticato un po’ con un petalo, che sembrava non volerne sapere di staccarsi dal suo palato. Ma, a parte quello, era tutto ok.
La bimba prese di nuovo la zia per mano. La riportò accanto al dondolo dove Tobia era rimasto ad aspettarle e, riacciuffato anche l’amico peluche, la trascinò verso l’uscita del parco.
Una nuova corsa. Un nuovo fiatone. Con il sole brillante sopra alle loro teste, che ad ogni minuto che passava si faceva sempre più caldo. Forse… era giusto sperare che la primavera stesse arrivando; alla barba di chi continuava a piagnucolare l’arrivo fuori stagione del freddo.
Lucia sorrise al cielo, certa che il nonno le stesse guardando e che approvasse quella mattinata di assoluta spensieratezza. «Sono sicura che Viola sarà una grande sognatrice. Proprio come te… nonno!». Lo disse tra i denti, ma ad alta voce. Amava la possibilità di dare sonorità ai propri pensieri e lo faceva tutte le volte che riteneva giusto e opportuno farlo.

Strinse più forte la piccola mano della nipotina. Una bella cioccolata calda le stava già aspettando da qualche parte. Correre… correre… correre!