domenica 14 febbraio 2016

Io & "Cento giorni di felicità"

Wikipedia recita: “Cento giorni di felicità è il primo romanzo di Fausto Brizzi, il quinto libro che ha pubblicato considerando anche i romanzi che ha tratto dai suoi film”.
Per quello che mi riguarda, è il primo libro di Brizzi letto.
Lo so. Sono una ritardataria. E lo sono con tutta la consapevolezza di esserlo, non solo perché non ho idea di come siano strutturati i quattro libri che hanno preceduto questo capolavoro, ma soprattutto perché mi sono ritrovata a iniziare la lettura di questo quinto appena qualche settimana fa.
L’anno di pubblicazione è il 2013. Certo, devo ammettere di non aver avuto un approccio nemmeno lontanamente tempestivo. Anche nel riparare al fatto di non aver mai letto prima qualcosa di suo, ho avuto i miei bei lunghi tempi da superare.
Una cosa da tenere in considerazione, però, c’è. O, almeno, io spero che ci sia e che riesca a giustificarmi un po’. Cento giorni di felicità di Fausto Brizzi è un libro che risiede sul primo scaffale della mia libreria dà più di 730 giorni (alias due anni); ormai.
L’ho acquistato con lo stesso spirito ottimista con cui ogni volta entro in libreria. Senza considerare mai la mole di parole che a casa mi accoglie ogni sera e in ogni momento libero e con l’allegra convinzione che, stavolta è la volta buona!, sarebbe stato diverso. Eh! Si dice sempre così.
Da lettrice appassionata quale ritengo di essere, nonostante altri impegni non mi consentano sempre di esserlo esattamente come e quanto vorrei, sapere che in un dato momento, di un certo anno, c’è un libro sulla cresta dell’onda, è come per le api sapere che, a pochi metri di distanza dall’alveare, c’è un prato fiorito e ricco di nettare.
Insomma, le buone intenzioni iniziali c’erano tutte. Peccato, poi, che siano arrivati subito altri pensieri a dare il via alla procrastinazione. Una parola che, permettetemi di fare un inciso, comincio a odiare in maniera quasi viscerale.
Mentre sul web continuavo a interessarmi a qualunque cosa riguardasse questi ‘Cento giorni’, ho cominciato a temere che potesse non essere una lettura adatta a me. Certa di non svelare nulla a chi sta leggendo, la scrivo esattamente come l’ho pensata: “Lucio Battistini ha il cancro e questo cancro lo sta per uccidere. Poco importa che lui lo chiami ‘Amico Fritz’, sempre di cancro si sta parlando. Vuoi veramente leggere un libro che racconta la storia di un malato di cancro? Come andrà a finire per il tuo stomaco? E come la mettiamo, poi, con la gastrite nervosa?”. Considerando che reggo a malapena le notizie di un telegiornale e che non di rado, perdonate l’ammissione di inadeguatezza a questo mondo, mi ritrovo a girare canale per non dover sentire, un tot considerevole di pagine che, per forza di cose, mi costringerebbe a entrare in empatia con un morituro (aggettivo calzante, utilizzato dallo stesso Battistini in riferimento a se stesso) potrebbe non essere una buona idea.
La prima volta che l’ho incontrato in libreria, l’ho sfogliato per un po’ e l’ho rimesso a posto sullo scaffale. Tra le libertà di un lettore c’è quella di scegliere. Sceglievo di non affrontare. Anche se una frase sul retro della copertina è comunque riuscita a rimanermi addosso: “L’unico rimpianto è aver dovuto scoprire di morire, per cominciare a vivere”.
Una settimana dopo, a seguito di nuovi incontri casuali con citazioni dalla storia, sono tornata in libreria e l’ho acquistato. Avessi trovato anche il coraggio di aprirlo, questo Post sarei riuscita a scriverlo nel già lontano 2013.
No! ‘Cento giorni’ è rimasto a fissarmi nella mia quotidianità, sopportando con pazienza l’attenzione data ad altri volumi, per un tempo che risulterebbe insopportabile per qualsiasi essere umano.
Come ha fatto a convincermi che fosse giunto il momento di un tête-à-tête? Tirando in ballo uno dei diritti di un libro: quello di essere letto!
“Almeno provaci! Se proprio non ci riesci, vorrà dire che farai un passo indietro e lo lascerai perdere”. È un mantra personale, che da un po’ di tempo a questa parte accompagna le mie giornate. Poche parole, che mi spronano a entrare in azione.
Potrei dirvi che il resto di questa particolare ‘amicizia’ è facilmente immaginabile, ma lasciate comunque che ve lo racconti. Cercherò di essere breve.
A un ritmo di venticinque-trenta pagine per sera (peccato non riuscire a resistere al sonno un po’ di più e avere la sveglia che suona la mattina sempre troppo presto), ‘Cento giorni’ è riuscito a tenermi compagnia per due settimane circa. Un libro che è un countdown carico di vita, contrariamente a quanto si possa pensare. Un insegnamento a ogni riga. Leggerezza, nello scrivere di una ‘questione’ seria. Un’esplosione di emozioni. Come un fuoco d’artificio di mille colori. Ho sorriso, ho riso di gusto, ho sentito le parole lette rimanere attaccate ai pensieri e non volersene andare, non sono mancate le strette allo stomaco che immaginavo avrei dovuto affrontare. Con una maestria narrativa non facile da trovare, Brizzi ha saputo sorprendermi. E quel libro tanto temuto, acquistato per poi essere ignorato per tantissimo tempo, ha saputo diventare esperienza indimenticabile. Ho sofferto. Come se Lucio fosse un amico vero, come se Lucio fosse uno di famiglia. Ho sperato fino alla fine di leggere un ‘ho sconfitto il male’, ma niente da fare. Del resto, Lucio lo aveva anticipato già alle prime pagine: “Era una domenica inutile e tropicale, durante la quale non successe niente degno di nota. Se escludiamo il fatto che alle 13.27 circa ho preso un bel respiro e sono morto”. Ho sperato comunque in un colpo di scena. Ho sperato si fosse trattato di una bugia, detta per stupire sul  finale con effetti speciali.
Invece, no! Lucio è morto per davvero.
Allora ho pianto, fino a farmi venire il singhiozzo. Ho faticato a razionalizzare il fatto di stare solo leggendo un libro. Lo stomaco mi ha torturata.
L’attimo dopo è stato semplicissimo pensare a quel libro, come a un buonissimo libro. Raro. Come sono rari quelli che sanno scuotere fin nel profondo dell’anima.
Una volta chiuso per non riaprirlo, l’ho rimesso al posto che aveva sul primo scaffale della libreria. L’ho guardato per la prima volta, senza temerlo più. Ero già pronta ad afferrare la lettura successiva quando, mentre con la mente mi stavo imponendo di scegliere un lieto fine, mi sono ritrovata a domandarmi: “Sono proprio sicura, sicura, che ‘lui’ non ce lo abbia avuto?”.
Ok. Lucio è morto, su questo non si discute. Ma rimane vero anche che Lucio è riuscito a vivere i suoi ultimi ‘Cento giorni’ dando loro un senso. Facendoli diventare: “Cento giorni di felicità”.
Mi ricordo allora di quella pagina che ho contrassegnato con un’orecchietta, per non perderla di vista (lo so, atteggiamento atroce nei confronti di un libro). Riprendo il libro. Lo riapro.
“Quanti sono i giorni che ricordate bene della vostra vita? Quelli speciali che potreste raccontare anche a tanti anni di distanza. E quanti sono invece quelli  normali in cui non accade niente degno di nota e che scivolano via anonimi? I secondi sono molti di più. Mi accorgo che ricordo soltanto un centinaio di giornate memorabili, a fronte di oltre 14.000 invisibili. Esco dall’ospedale con un pensiero fisso. Voglio che oggi sia un giorno da mettere al fianco dei tre che vi ho raccontato all’inizio di questa storia. […] È stato un campanello d’allarme sovrannaturale: «Ehi Lucio, tu credi di dominare il tuo destino e di avere ancora quaranta giorni di vita, ma non è detto che sarà così».


Procrastinazione. Ho detto di odiare questa parola (e il concetto che rappresenta) in maniera quasi viscerale. Ora mi accorgo che è per una ragione ben precisa. Per quel ‘non è detto che sarà così’. 

Post It: 
Non collezionare rimpianti. 
Cerca l'Attimo. Cerca gli Attimi. 
Costruisci l'Attimo. Colleziona gli Attimi. 
Quelli che trasformano giornate normali in giornate speciali. 
Vivere, prima di morire. :-D

sabato 23 gennaio 2016

Cronache di una... spedizione!

Svegliarsi presto comunque. Gli ultimi preparativi indispensabili, prima di uscire di casa per andare a spedire una busta che considero importante. “Non ne verrà fuori niente”, continuo a ripetermelo. Ma non posso fare a meno di dirmi anche che: “Non provarci porterebbe a niente di sicuro”.
Perciò scorro il testo veloce sul monitor per le ultimissime, ennesime, puntigliose correzioni. Oddio… puntigliose. Si fa per dire. Anche se di scrupolo ce ne ho messo tanto, qualcosa è sfuggito di sicuro. Scrivo il curriculum letterario che serve, compilo la scheda di iscrizione. È tutto pronto per la stampa. Mi sono svegliata con il timore di non fare in tempo a fare tutto e, anche se sono appena le dieci e trenta e l’ufficio postale non chiuderà prima di due ore, non posso fare a meno di conservare quel pizzico di ansia; che quasi mi fa scordare la busta sopra il tavolo della cucina. Vabbè, non è grave. Avrei fatto in tempo a tornare indietro a prenderla. Il dramma è che detesto contrattempi di questo tipo. Per fortuna, allora, riesco a salire in macchina con la mia busta stretta in mano.
Le concedo di sedermi accanto. Pochi minuti e ognuna se ne dovrà andare per la propria strada. Delle due, solo io rimarrò in impaziente attesa di avere sue notizie.
Quei momenti in cui il tempo di un semaforo rosso sembra sempre troppo lungo. Mi consola poco, anzi pochissimo, che il cd sia arrivato alla traccia che preferisco. Ho deciso che lo lascerò andare da solo, senza interferire minimamente nell’ordine di esecuzione, fino a che sarò riuscita a sentire almeno una volta tutte le tredici canzoni che contiene. Solo così non sarà stato un acquisto fatto invano.
Scatta il verde. Il parcheggio è poco lontano. Io e la Busta scendiamo dalla macchina con la consapevolezza di dover fare tappa alla copisteria e la convinzione, poi rivelatasi errata, di riuscire a fare presto. Apro la porta trasparente, mentre un signore sta dettando dei codici fiscali. La signora al computer mi dà l’impressione di essere alquanto preoccupata della fila di persone che sta aumentando lentamente. Lo spazio per l’attesa è quel che è. Nonostante tutto, riesce a mantenere un atteggiamento professionale e a scrivere tutto ciò che serve, fino all’ultima lettera. Io mi sento un po’ meno tranquilla. Rischio di fare tardi.
Sto già premeditando una sclerata (a trovare il coraggio, potrebbe essere una soluzione), quando, rivolta a me, dice: “In cosa posso aiutarti?”.
“Dovrei rilegare dei fogli”, appoggio sul bancone il mio plico, un po’ in imbarazzo per il fatto che tutti possano leggere di che cosa si tratta. Bè, non tutto; tutto. Il titolo, però, è in bella vista. Panico.
“Puoi ripassare tra un quarto d’ora?”.
Nodo alla gola. Che faccio… sclero, o non sclero?
Non sclero. Non solo la timidezza mi impedisce di farlo, ma mi ricordo di dover fare anche altro all’ufficio postale. Posso andare a sbrigare le mie incombenze ordinarie e tornare a prendere tutto appena avrò finito. Posso farcela. Devo farcela.
Mentre cammino in su per la via, cerco di ignorare il freddo. Ma, cavoli, quant’è pungente! Appena avrò sistemato ogni cosa, vado al bar a prendere qualcosa di caldo.
Dentro l’ufficio postale, trovo la fortuna dalla mia. Ho due persone davanti. Magari, sempre!
Con la ragazza dietro il bancone ci conosciamo. È una sorta di ‘da quanto tempo è, che non ci vediamo?’. Più sintetica delle note biografiche di un retro di copertina, le racconto i miei ultimi anni di vita, da quando ci siamo perse di vista. Giusto lo stretto indispensabile, poi torno dalla mia Busta che mi sta aspettando.
Il tragitto all’insù, anche se insieme, è sempre freddissimo. Rientro nell’ufficio postale con la speranza che nessuno mi prenda per pazza. Due volte, in meno di venti minuti.
P 18. È il numero con cui prenoto la mia spedizione. Il biglietto lo metto nel portafogli, come faccio sempre quando voglio conservare una testimonianza di qualcosa che è successo. Come se le parole dentro alla busta, rimaste anche a casa dentro il computer, non fossero più che sufficienti. Quindici minuti dopo, sono di nuovo fuori. Manca un quarto a mezzogiorno. Qualcosa al bar ci sta, perché no?
Ho la netta convinzione di vivere giornate incentrate su una parola. Quella di oggi deve essere: incontri. In realtà, più che un incontro, è una nuova conoscenza. Qualcuno che inizia a parlarmi, senza che io lo stia nemmeno guardando. Pretende la mia attenzione.
Mi capita spesso. Non spessissimo, ma ne ho di ricordi del genere. Non riesco a evitare di sorridere. Quei momenti che potrebbero diventare parole su carta, in meno di un attimo. Quindi, che faccio? Chiudo qui, per ora. Questa è di certo un’altra storia.

Alla prossima! 

sabato 9 gennaio 2016

Ascoltando il mondo intorno...

La porta aperta, di un ristorante ancora chiuso. Tre ragazzi lì davanti, chiacchiere vivaci e una specie di ‘pausa sigaretta’. Giovanissimi. Forse vent’anni, o poco più. Per tutte le volte in cui mi capita ancora di ritrovarmi a dover rispondere a domande tipo: “Come va la scuola?”; direi che stabilire l’età di qualcuno dopo una semplice occhiata è tutto; fuorché facile. Ascoltare il mondo intorno, mentre a ogni passo mi avvicino un po’ di più alla macchina parcheggiata in fondo alla strada. Uno di loro è agitato. Lo vedo gesticolare, prima di sentire il suo tono di voce sostenuto. Indossa un paio di pantaloni color cachi. Non belli, ma in grado di dare nell’occhio. “Io gliel’ho detto”, lo sento gridare. “Se sta con me, sta con me e basta. Non esiste che esce con altri”. Gesticola in maniera importante. So che non dovrei farlo, ma mi ritrovo a rallentare un po’. “Per le altre non mi è mai importato niente, ma per lei è diverso. Non voglio che veda altri”. Mi fa sorridere. “Io gliel’ho detto”, ripete. E mi ritrovo a domandarmi perché in una coppia che, stando a quel poco che c’è di intuibile, dovrebbe essere appena nata, debba insinuarsi una stranezza del genere. Una debolezza del genere. Un difetto del genere, mi sentirei di dire. Non dovrebbe essere logico? Normale? Come mai un ragazzo giovanissimo teme di dover dividere la sua Lei con qualcun altro? Mi immagino se un giorno dovessero essere dette a me certe parole. Un “Tu sei mia, mia e basta”. Non vorrei mai che fosse per l’intensione di placare un dubbio. Vorrei si trattasse di una sottolineatura. Di un colpo di evidenziatore su qualcosa di ovvio. Di una freccia lampeggiante, a indicare una strada percorribile in una sola maniera. Penso allora a un’altra volta, in cui mi è capitato di ritrovarmi a discutere con una persona per il semplice fatto di aver detto che in una coppia considero importante (fondamentale) il fatto di essere l’uno un po’ ‘proprietà’ dell’altro. Il mio ragazzo, la mia ragazza. Mia moglie, mio marito. È quel ‘mio’ e quel ‘mia’, che rendono il concetto speciale. L’altra parte sosteneva di non poter privare una persona della propria individualità, che ciò avrebbe voluto dire considerarla un oggetto. Ho sentito le orecchie chiudersi di colpo. L’amore. Quello vero. Che sia folle. Che ci faccia sentire ‘proprietari’ di qualcosa che non siamo disposti a condividere. Di qualcuno che non siamo disposti a condividere. Di cui non possiamo fare a meno, come del bene più prezioso che abbiamo. Quel qualcuno per cui niente è la stessa cosa, rispetto a ciò che è già il vissuto e, magari, rispetto anche a ciò che potrebbe essere l'immaginato. Ecco. Perdere la testa in questo modo è ciò che in fondo cerco; andando per la mia strada. Esiste qualcosa di più bello? Esiste altro, per cui valga la pena di barattare la propria indipendenza? Io dico di no!   

sabato 19 dicembre 2015

Marmellata d'arance fatta in casa!

L'altro giorno ero in ritardo. Ho sceso le scale per raggiungere la cucina con una fretta tale che avrei potuto inciampare nei laccetti ancora da stringere e rompermi una gamba. Ma sono riuscita comunque a notarlo. L'aria sapeva di arance. Ho pensato potesse essere merito delle fette messe ad essiccare dentro il forno della stufa, perché diventassero addobbi per l'albero. Poi, però, mi sono ricordata che - mentre la sera prima stavo giocando un po' sul divano con mio nipote Enea - mia sorella e mia madre stavano pulendo e spezzettando arance per poter fare la marmellata. Con i due vasetti in bella vista accanto alla macchinetta per il caffè, sono stata tentata di assaggiarne. Ma ero in ritardo.
Il giorno dopo me ne sono dimenticata.
Nella calma di questo sabato mattina, ho finalmente ricoperto la superficie di una fetta biscottata.
Avete presente i bambini, quando apprezzano particolarmente qualcosa che stanno mangiando e si portano il ditino alla guancia? Ho fatto lo stesso. Al secondo morso mi è venuta in mente la scena di un film che adoro: Paddington. Dove l'orsacchiotto protagonista va matto per la marmellata di arance e convince la famiglia Brown a prepararne in casa. "Tutti dovrebbero avere il giorno della marmellata!". Vero. Bello. Il quinto morso mi ha fatto rammentare un pezzettino di un altro film. Di genere diverso, ma altrettanto stupendo: Quartet. In una casa di riposo per musicisti ormai lontani dalle scene, a colazione uno di loro si fa portare marmellata di albicocche, pur sapendo che l’amico adora quella di arance. Al primo morso dice: “Dovresti assaggiarne, sai? Sembra di mangiare il Natale”. Mi sono chiesta a lungo che cosa volesse significare di preciso questa cosa, senza capire.
Oggi ci ripenso e, se proprio devo associare al Natale il gusto di qualcosa, associo quello di questa favolosa marmellata di arance fatta in casa. Altri due morsi, prima di un'altra fetta. L’ho addentata facendo una scoperta.

Alla tenera età di trenta anni vengo a sapere che la parola marmellata vuole indicare unicamente un prodotto ottenuto dalla mescolanza di zucchero e agrumi. Non sarebbe perciò utilizzabile per gli altri tipi di frutta (vedi sopra, in riferimento alle albicocche); che invece producono confettura. Sorrido a mia sorella e dico: “Sarebbe la farcitura perfetta per una torta, tipo Sacher!”. Golosissima Me!!! Insomma,  è sicuro che ne prepareremo ancora! ;-) Uso il plurale tipico di chi si è perso qualcosa e non vuole che accada di nuovo. :-D Un’altra piccola tradizione, ascoltando il suggerimento di Paddingoton?!? Chissà…

mercoledì 16 dicembre 2015

Incontri al supermercato... aspettando di vedere l'Albero!

Una commissione importante da sbrigare. Un ufficio al secondo piano di un centro commerciale non troppo affollato, ma dove si riesce comunque a respirare l’aria delle feste che si stanno avvicinando in fretta. Non ho tempo per curiosare nelle vetrine, ma mi riprometto di fare un giro appena avrò finito di sistemare la mia questione. Poco meno di trenta minuti e sono di nuovo fuori. L’Albero sulle pendici del Monte è ancora spento; peccato. Gironzolo, con la consapevolezza di non stare cercando nulla in particolare. Solo mossa dal forte desiderio di vedere quelle lampade colorate illuminarsi da un momento al altro. Niente. Poco lontano c’è il supermercato, vado lì.  Aspetterò lì. Le corsie sono tranquille e mi permettono di camminare con calma. Anche se so che non dovrei, vado a vedere cosa può esserci di nuovo dalle parti dei libri. Quello ce l’ho, l’altro arriverà per Natale, quest’altro non è che  mi convinca poi così tanto. Per quante letture arretrate ho in casa, ogni volta che mi ritrovo a fissare dei libri senza acquistarne nemmeno uno dovrei essere contenta. Invece, la delusione mi assale. Rimango a Fissare quelle copertine colorate per un po’, fino a che una voce arriva a riportarmi sulla terra. “Su, via… alzati di lì”. Non può essere rivolta a me. Abbasso lo sguardo sul pavimento e mi accorgo di una bimbetta seduta, che sta leggendo. Gira le pagine di un piccolo libricino, di quelli adatti a lei, con una velocità tale che sia io che la sua mamma abbiamo il timore che qualcosa possa andare storto e la carta possa rompersi. Io rimango in silenzio, la madre meno: “Non fare così! Guarda che questa signora qui te li fa pagare tutti quanti…”. L’addetta allo scaffale sorride. Ha in mano una decina di dvd da sistemare poco più in là dei libri. Nonostante l’avvertimento, la bimba non ne vuole sapere di riporre il libro e alzarsi. Ha l’aria di stare parecchio comoda, anche se non credo che il pavimento sia della temperatura giusta per una bimbetta che indossa un paio di calzamaglie bianche, sotto una gonna rossa e verde a quadri in stile scozzese. Sulla scelta della maglia sono un po’ più d’accordo. Un pullover grigio sotto un golfino di lana bianco, decorato in qua e in là con delle perline. Mi piacciono i suoi capelli castano chiaro. Ha una coda tanto lunga da fare quasi invidia a Raperonzolo. “Allora! Alzati, per favore”. Cominciano a stupirmi le buone maniere di questa mamma. Altre, al posto suo, probabilmente avrebbero già dato di matto da un pezzo. Strano, ma vero, una volta mi è capitato di imbattermi in una mamma che per poco non si fa venire un accidenti, per una macchia di gelato su una maglietta fresca di lavatrice. Ma questa è un’altra storia.
Torno a concentrarmi sui libri per adulti, ma con le orecchie non riesco a impedirmi di continuare ad ascoltare: “Ti ricordi che non volevi nemmeno venire qui dentro?”. Sembra una bimbetta tranquilla. Non me la so immaginare a protestare per qualcosa che non le va di fare. Ma, vista la tenacia con cui continua a difendere quel suo attimo speciale, seduta sul pavimento del supermercato, non mi stupirebbe sapere comunque che ha un bel caratterino.
“Ecco. Questo è l’Albero che siamo venuti a vedere”. Per un attimo faccio fatica a capire. Alzo di nuovo gli occhi e fisso il quaderno che la signora tiene in mano. La copertina è una fotografia dell’Albero. Finalmente ci guardiamo e mi chiede: “Sa per caso perché non è ancora acceso?”. Non mi dà il tempo di risponderle. “Siamo venute apposta. Sarebbe il colmo non riuscire a vederlo. Abbiamo chiamato anche il servizio turistico, ma non hanno saputo dirci niente”. Non ha inflessioni particolari nel tono di voce, che mi permettano di capire da dove è che arriva. “Non si preoccupi. È questione di minuti ormai. Vedrai che, una volta fuori di qui, ve lo ritroverete davanti”. Sorrido. Sembra un po’ più tranquilla e pare essersi convinta di non aver fatto un viaggio a vuoto. La bimba si alza dal pavimento e, finalmente, riesco a sorridere anche a lei. “Sai, lo sto aspettando anch'io!". Indico l’immagine dell’Albero sul quaderno che, pare, la madre sia intenzionata a comprarle. Ci salutiamo e io mi affretto a trovare il reparto degli addobbi di Natale. Un ninnolo natalizio è comunque un ottimo acquisto. Anche se con i libri c’entra come i cavoli a merenda! Quando esco, rimango per un po' a fissare il monte. Le luci sono accese. Chissà se la bocca di quella bimbetta si è spalancata per lo stupore. Io, penso proprio di sì!

giovedì 12 novembre 2015

Libri&Letture... "Granelli di Sabbia" di Andrea Gerosa

Quelle storie che non ti aspetti. Meglio… quelle storie che non ti aspetti possano piacerti. Non per altro, per il fatto di appartenere a un genere che proprio non leggi. Quel tipo di storie che, quando le incontri sugli scaffali di una libreria, semplicemente non consideri. Capita però che un Autore ti contatti tramite Facebook e provi a chiederti di fidarti di lui. Della sua scrittura. Delle sue pagine. Chissà perché, allora, decidi di metterti alla prova. Scegli di giocare con le righe di un romanzo, per vedere cosa succederà alla fine. C’è un serial killer di mezzo, ma decidi di non pensarci troppo e ti butti lo stesso. Perché se le cose di ogni giorno possono costringerti qualche volta anche ad affrontare ciò che non ti piace, allora può spronarti a farlo anche una passione. Specie se si tratta della passione per la lettura. Un click e l’e-book è subito disponibile. 



‘Granelli di Sabbia’, scritto da Andrea Gerosa (l’e-book è disponibile nei vari formati EPUB-MOBI-PDF all'interno dei diversi store online. Per il cartaceo si può contattare l’autore, tramite la sua pagina Facebook). Un autore che sa farsi apprezzare sin dalle prime righe, per il modo fluido che ha nel narrare. La scelta delle parole risulta attenta e mai ripetitiva. Non ci si annoia. La lettura scorre via veloce e mi ritrovo a stupirmi di quanto a tratti la consideri persino piacevole. Avrei detto che mai e poi mai un Thriller sarebbe stato in grado di tenermi compagnia, negli attimi prima di andare a dormire. Le pagine di Andrea sono riuscite a farmi mettere una croce su questa convinzione e, anche se credo non riuscirò a convertirmi completamente al genere, è bello poter dire di essere riuscita almeno un po’ a superare un piccolo blocco mentale. Rimane il fatto di avere qualche difficoltà nel esprimere un parere, trattandosi di qualcosa che non mi trova dotata di un qualunque metro di paragone. Detto che la storia è veramente avvincente e con un finale che non ti aspetti e che lascia forse la possibilità ad altro, i personaggi hanno saputo entrare a far parte della mia quotidianità con la stessa semplicità con cui alle volte ci riescono le persone. Ho cominciato a seguire le vicissitudini del ispettore Luca Veloso, del Tenente Camilla Dell’Angelo e di tutti gli altri impegnati nella caccia al serial killer tornato dal passato, con lo stesso interesse con cui ascolterei i racconti di un amica, mentre sorseggiamo un tè sedute al tavolino di un bar. Ogni volta che si lascia la lettura in sospeso è inevitabile domandarsi cosa succederà dopo. Non c’è mai nulla di scontato e la narrazione riesce a condurre fino alla fine in maniera assolutamente avvincente. Penso alla ragazza che non legge altro che romanzi d’amore. Penso alle volte in cui mi è capitato di lasciarne a metà uno, per concentrarmi su un altro. Nonostante caratterialmente a volte mi sia ritrovata un po’ a fare a botte con il genere, non ho abbandonato l’e-book. Credo stia proprio qui, allora, la grande abilità dello Scrittore. Nel riuscire a risultare convincente agli occhi di chi era già pronto a etichettarlo. D’ora in poi il genere Thriller è qualcosa di un po’ meno spaventoso, a dispetto del fiato sospeso che poi invece c’è sempre. Ora, non mi resta che lasciar parlare l’Autore… una nuova Blog-Intervista! Alla prossima!!!

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore e come è nata l’idea della storia?
Tutto è nato per gioco, quasi per una sfida con me stesso.
Dopo aver letto centinaia di romanzi, soprattutto thriller, mi sono chiesto: “Perché non provarci?”
A quel punto mi si sono affacciate alla mente un sacco di ragioni, tra tutte l’inesperienza; poi mi sono ricordato di aver sentito una frase, una di quelle che la gente di solito ama ricopiarsi sui post-it da attaccare sul frigorifero: “Una conquista senza rischio, è un trionfo senza gloria”.
E’ allora che l’entusiasmo del principiante ha avuto il sopravvento, ma a quel punto avevo bisogno di una trama nella quale il mio serial killer si distinguesse da tutti quelli che avevo già incontrato sulle pagine dei libri già letti.
L’idea di fare della sabbia il filo conduttore della storia è nata dalla mia collezione e dalla vicinanza al mondo degli appassionati di queste “briciole di mondo”, come i membri dell’Associazione Sand Dreamers Club: un modo originale per far conoscere l’universo di sensazioni che si provano guardando e tenendo tra le mani il contenuto di migliaia di contenitori di vetro, ognuno diverso dall’altro per colore e consistenza.
Ecco allora che le indagini del Commissario Veloso si intersecano con informazioni e notizie sulla sabbia, con l’intento di sorprendere e generare un po’ di curiosità su questa materia solitamente ignorata nella sua vera essenza.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore…
Sono molti, ma vorrei qui riportare i due più significativi, almeno per me.
La prima recensione avuta da parte di Emma Fenu, che inizia così:
“Un uomo, collezionista di sabbie e accanito divoratore di thriller, decise, un giorno, di miscelare le sue passioni. Ed è cosi che l’uomo divenne scrittore e un libro, dal titolo “Granelli di Sabbia”, venne alla luce.”
In poche righe, ha colto pienamente il perché mi ha spinto a scrivere questo libro.
La seconda è di una ragazza conosciuta tramite Facebook e poi diventata amica nella realtà. E anche questa devo riportarla:
“Da sempre l’uomo è stato affascinato dalla luna. Il suo potere mistico sconvolge e travolge i pensieri e gli animi, anche i più innocenti. In fondo siamo tutti seriali nel perseguire le nostre aspirazioni più forti, nel raggiungere la Nostra sospirata luna.... tu ci sei arrivato.... grazie per aver portato anche me.”

Consigli che daresti a esordienti?
Crederci, crederci e crederci ancora. Non importa se il libro verrà pubblicato o no, ciò che conta è l’essere riusciti ad arrivare alla fine, portando su carta le proprie idee e le proprie emozioni. Di fatto, ciò che ho scritto alla fine del libro nella nota dell’autore:
“Provateci anche voi. Veder apparire su un foglio ciò che la vostra mente ha pensato, non ha prezzo!”

Libri d’altri… le tue letture preferite?
Leggo quasi esclusivamente thriller da parecchio tempo, dopo aver iniziato anche con libri d’avventura. Dal punto di vista letterario, nasco grazie ad autori famosi come Smith, Follett, Deaver, Patterson e Connely, per poi passare a vari autori, compresi, e non ultimi, gli italiani Carrisi e Carofiglio. Ho amato molto il primo libro di Faletti “Io uccido” anche perché l’ho sempre ammirato come uomo e artista. Da ognuno di loro ho “rubato” qualcosa, anche perché parliamo di veri scrittori e non di una persona, come il sottoscritto, che umilmente, ci prova.

sabato 31 ottobre 2015

Il mio 'stile dorsale'!

È qualcosa che ho visto circolare in Facebook un po’ di giorni fa. Magari è da tempo che esiste una cosa del genere, ma la mia attenzione ne è rimasta colpita solo da poco. Scrivere frasi, attraverso i titoli dei libri. C’è una pagina interamente dedicata (o forse più di una, non saprei). Credo esista anche un hashtag, ma nella confusione dei miei archivi mentali non sono riuscita a ritrovarlo e, comunque, non lo userei. Ho una sincera avversione per il cancelletto. Opinione del tutto personale, che esula dal fatto che possa esserci un’utilità intrinseca nel adoperarlo, al fine di aggregante tematico; come recita Wikipedia. Ci mancherebbe altro. 
Lo chiamano Stile Dorsale. Ed è ciò che mi ha costretto a fissare per giorni tutti i punti in cui sono sistemati libri in camera mia. Sembrava sufficientemente facile, da convincermi che in meno di un quarto d’ora anche io sarei riuscita ad avere la mia ‘combinazione’. Invece, niente. I primi tentativi sono falliti in maniera tanto rapida, da portarmi a rinunciare con la stessa fretta. Si vede che lo stile dorsale non fa per me. Oggi, solo per il fatto che accetto malamente darmi per vinta, c’ho riprovato e, non so come, sono riuscita a trovare una frase. 
Mettendo insieme un libro di pubblicazione non recentissima, acquistato dopo aver letto una recensione sulle pagine di un settimanale e ancora da leggere (quando voglio riesco a procrastinare alla grande!); una pubblicazione più esile, di cui essenzialmente non ricordo la trama, pur mantenendo la convinzione di averla letta prima dell’acquisto (insieme alla convinzione di aver spoilerato il finale, come faccio quasi sempre), il cui titolo racchiude in brevissimo quello che penso sia necessario avere sempre a disposizione; un altro che, più o meno alla stessa maniera del secondo, continua ad attirarmi per il suo saper racchiudere in un titolo l’importanza  e l'essenzialità di ciò che è sia semplice, che complicato; quindi l’ultimo. L'unico letto, per il momento. Ho scattato la foto, prima ancora di pensare che possa essere una frase perfetta per descrivere il mio importante 'progetto di parole'. Quello che ha superato la quota delle cinquantamila, quello di cui non ho ancora parlato, quello di cui ancora non parlo, per scaramanzia. Ma che - fondamentalmente - è tutto qui; in questa frase di senso compiuto, scritta con i dorsi dei libri.
Forse è per questo, che non sono riuscita a trovare niente prima. Perché, come per la maggior parte delle ricerche, capita di non trovare niente fino a che non si è disposti a vedere.




I sogni in tasca. Le parole giuste. Un semplice gesto di tenerezza. Scommettiamo che ti faccio innamorare?

Qual è il vostro stile dorsale?
Alla prossima! ;-)