venerdì 21 dicembre 2012

Non ti ho mai detto che ti amo!


“Stefano ha lasciato questo per te alla reception. Ha detto di non potersi fermare, che andava di fretta”.
Non so se il sorriso di Anna, la mia collega, sia più benevolo per la bellissima sorpresa che Stefano mi ha fatto, o più invidioso perché – fino a prova contraria – la bellissima sorpresa consiste in un bellissimo mazzo di rose rosse.
“Ah! Qualora ti interessi e senza farti perdere tempo per una sciocchezza del genere, sono venticinque… le ho contate personalmente”. È invidia, decisamente.
Non avrei mai detto che Anna potesse arrivare a essere invidiosa di qualcuno, tanto meno di me. Lei che è la perfezione fatta donna. Che sta benissimo con i tacchi ai piedi e il rossetto rosso alle labbra anche con trentanove di febbre (giuro, non lo dico per dire… ho le prove). Lei che non becchi mai con un capello fuori posto, nemmeno in quelle giornate in cui il vento sembra avercela a morte con tutti e diventa il peggior nemico dei parrucchieri e della acconciature fresche di fattura. No… non può essere invidiosa.
Cerco di ignorare la stretta allo stomaco che, immancabilmente, arriva a torturarmi ogni volta che mi ritrovo ad avere a che fare con atteggiamenti che detesto e, sfoggiando il mio sorriso migliore (i miei denti sono pure freschi di pulizia dal dentista e non ho ancora bevuto caffè, quindi deve per forza essere bellissimo) afferro con decisione il mio regalo floreale.
Stefano è il mio migliore amico. Ci conosciamo da una vita e ci siamo sempre supportati, crescendo.
Arrivati entrambi alla soglia dei trent’anni, devo ammettere che… è la primissima volta che mi regala dei fiori. Non che la cosa mi imbarazzi. Solo… sono stupita.
Da aspirante poeta, quale ritiene di essere, Stefano ha un animo romantico e nobile. Eppure… innumerevoli scatole di cioccolatini a parte (di Baci, perlopiù, che sono in assoluto i miei cioccolatini preferiti) e centinaia e centinaia di fogli con su scritte le poesie che un giorno (dice!) avrà il coraggio di mettere tutte insieme e di pubblicare, non l’ho mai sentito nominare i fiori pensando a un qualunque regalo, per me o per altri, nemmeno per sbaglio.
Cerco fra le rose un biglietto, sicurissima che non possa proprio mancare. Eppure… guardato dietro a ogni petalo, dietro a ogni foglia e accanto a ogni gambo di quelle meravigliose venticinque rose… niente. Nemmeno un’etichetta che lasci intendere il negozio di provenienza. Niente di niente.
“Certo che è strano…”. Anna è magicamente riapparsa di fronte a me e stringe in mano due tazze colme di un caffè. Mi sono sempre chiesta perché, pur essendo in Italia, precisamente a Gubbio, una piccola realtà nel cuore verde del Paese, in ufficio beviamo tutti caffè all’americana e anzi andiamo orgogliosissimi della nostra caffettiera nuova di zecca. Personalmente, lo trovo troppo lungo, insipido e stancante da sorseggiare, ma… per quieto vivere, diciamo che mi sono adeguata. Se ci riducessimo a discutere per un caffè, come si andrebbe a finire per le cose davvero importanti?
“Cos’è che non ti torna, di preciso?”. Afferro la mia tazza e rimango a fissare Anna, fino a che non si decide di degnarmi di una risposta.
“Non lo so… Stefano è passato di persona, non capisco perché abbia preferito lasciare i fiori alla reception, piuttosto che portarteli”.
Mi stringo nelle spalle. In effetti, nemmeno io so spiegarmi il perché di un atteggiamento tanto strano.
“Eh! Ce l’avesse Paolo, un pensiero tanto carino… in un giorno qualunque!”.
Sono del parere che Anna si lamenti sempre del brodo grasso e che Paolo, che lei ammonisce in continuazione, vattelapesca per quale ragione, sia un uomo eccezionale e un marito molto, molto premuroso. Sto per rispondere che non ha motivo di sentirsi trascurata, ma il rumore del cellulare, che vibrando si sposta leggermente sopra al piano della scrivania, mi blocca i pensieri e le parole.
È un sms. È Stefano. Spero che le rose ti siano piaciute... Niente di più. Rispondo di sì e lo ringrazio tantissimo. Allora… Che ne diresti di cenare insieme, stasera? Proviamo il sushi al San Benedetto? Rispondo ancora di sì. Anche se… che strano. Stefano ha sempre proposto cene a base di hamburger per le nostre uscite e solo una volta, una soltanto, sono riuscita a corromperlo con un kebab piccante. Il sushi, nonostante le insistenze, non c’è mai stato verso di farglielo andare giù. Lui ama poco il pesce in generale, a meno che non si tratti di graziosi pesciolini che sguazzano dentro a un acquario. In particolare, detesta con tutto sé stesso l’idea di ingoiare pesce crudo.
Comincio ad avere il dubbio che possa aver battuto la testa da qualche parte stamattina e che possa non ricordare più chi è, in realtà. Cosa si dovrebbe fare, in questi casi? Sono seriamente tentata di attaccarmi al telefono e di provare a rintracciare nel minor tempo possibile il migliore psichiatra della zona. Certo, potrei anche limitarmi a chiedergli se va tutto bene... invece di rimanere con il dubbio.
Andata! Scrivo veloce il messaggio e lo invio, prima che il mio dovere di addetta alla contabilità in un pizzosissimo ufficio, di una pizzosissima azienda di servizi, mi chiami e mi tenga occupata per le prossime quattro ore, fino alla pausa pranzo.
Anche Stefano, che nella vita di tutti i giorni è un insegnante, deve essere rimasto impegnato con i suoi ragazzi per tutta la mattinata, perché la risposta alla mia domanda preoccupata arriva solo dopo il suono della campanella delle tredici e venti.
Sì, tutto ok… non preoccuparti! Ci vediamo questa sera alle otto e mezza. Puntuali!
Sorrido del messaggio in generale e di quell’ultima precisazione, in particolare. Dei due, sono io quella che fa sempre a botte con l’orologio. È più forte di me. Sono fermamente convinta che il tempo sia qualcosa che mi rema contro.
Oddio! Certo, certo… il tempo rema un po’ contro a tutti, ma… credo di non sbagliare affermando che: a me, di più! Per quanto io mi impegni a rimettere la sveglia all’ora giusta, non un minuto dopo per poter dormire di più, per quanto io cerchi di prendere ‘per tempo’ qualunque impegno (previsto o improvviso che sia) che ogni giornata ha da affidarmi, non c’è verso che le lancette giochino almeno una volta a mio favore. Al lavoro è un miracolo ogni volta che riesco a timbrare l’entrata con soli sessanta secondi di ritardo rispetto agli altri e, in generale, è ormai risaputo da chiunque voglia avere a che fare con me che: io sono un po’ come le lezioni dell’università, ho bisogno del mio buon quarto d’ora accademico, prima di cominciare qualunque cosa io abbia in programma di fare.
Quindi, non mi stupirei affatto se Stefano avesse già messo in conto di rimanere a battere i denti fuori del ristorante per quindici minuti buoni, ma… cercherò comunque di stupirlo arrivando puntuale.
Otto e mezza… puntuali! J Invio il messaggio, finisco il panino al prosciutto cotto e maionese che avevo portato per pranzo, bevo la mia lattina di thé al limone fino all’ultimo goccio e provo a marciare svelta fino alla scrivania.
Già so che dovrò lottare con la mia mente, perché rimanga concentrata sul lavoro da portare a termine entro la fine della giornata, invece di distrarsi pensando a cosa indossare stasera per l’occasione. Ma, cosa posso farci…
In compenso, sarò salva dai commenti di Anna e dal possibile, triste battibecco che ne sarebbe nato. Lei detesta il mio modo di vestire e sono sicura che, non fosse per il fatto di non essere più al lavoro insieme a me, per aver chiesto mezza giornata di ferie da più di quindici giorni, avrebbe provato a convincermi a cambiare anche stavolta.
Che posso farci, se adoro i jeans e se penso che possano essere indossati in qualunque occasione; escludendo i matrimoni.
Già mi immagino dentro a quelli decorati con strass sui fianchi, che non ho avuto modo di sfoggiare il venerdì passato e penso che la maglia dolcevita verde di cashmere che mi hanno regalato a novembre per il compleanno possa proprio essere l’abbinamento perfetto. Aspetterò di essere di fronte allo specchio, per gli accessori. Non esco mai senza aver indossato prima i giusti accessori, è più forte di me.
“Chiara potresti raggiungerci in sala riunioni, per favore?”.
Oddio! Spero di non averne combinata qualcuna delle mie o… che non sia arrivato del lavoro da sbrigare all’ultimo minuto, che mi costringa a rimanere in ufficio fino a tardi. L’ultima volta che mi è capitato di essere chiamata in sala riunioni di venerdì pomeriggio, poi con Anna c’è toccato fare le nove della sera al lavoro.
Come non detto. L’ho sempre saputo di essere un asso in fatto di speranze infrante. Per via di un cliente che ha richiesto una consulenza finanziaria dell’ultimo minuto, mi tocca lavorare oltre l’orario.
Non mi rimane che sperare di riuscire almeno a non andare oltre alle otto. Ho un appuntamento alle otto e trenta e devo essere puntuale!
Cerco di impegnarmi, fino a raggiungere quasi lo stremo delle forze. Il cliente non è facilissimo da soddisfare e – in confidenza – non sto nemmeno capendo il perché di alcune sue richieste, ma… quando l’orologio digitale appeso sulla grande parete bianca della sala riunioni arriva a segnare le sette e quarantacinque della sera, abbiamo finito.
Ho un quarto d’ora e poco più a disposizione per tornare a casa, per farmi una doccia al volo, per vestirmi in maniera altrettanto rapida e per darmi una sistemata con il trucco davanti allo specchio. Non c’è più il tempo per la scelta nel dettaglio degli accessori, ma almeno una spolverata di fard che dia un po’ di colore alle guance deve esserci. Quando sono stanca, e dopo più di nove ore di lavoro lo sono per forza, comincio a somigliare a un fantasma, per il pallore.
Otto e dieci. In bagno e con la spazzola ancora in mano per un ultima sistemata ai capelli, sono in leggero ritardo sulla tabella di marcia. Correre. Correre. Correre.
Ci manca poco che mi scapicolli giù per le scale, ma ce la faccio comunque ad arrivare sana e salva al cappotto appeso all’appendiabiti. Afferro le chiavi della macchina e la borsa e mi precipito fuori della porta. Se non riesco ad arrivare puntuale nemmeno oggi che Stefano me lo ha chiesto a chiare lettere, me lo sento che mi ammazza.
Per le strade la situazione non è mai insopportabile durante il resto dell’anno, ma a dicembre le corse dell’ultima ora al regalo e le uscite in massa dai negozi e dai centri commerciali, riescono ad annullare anche la quiete del traffico.
Quando passo davanti al ristorante, sono già le otto e trenta. Stefano è già arrivato e io devo ancora parcheggiare. Anche se non è di buon costume, allora, suono il clacson nella speranza che si giri verso di me e che mi veda salutarlo. Ma, niente da fare. Non mi rimane che inviargli un messaggio.
Sto arrivando! Non mi hai vista passare, ma sono incastrata nel traffico J
Mi immagino Stefano scoppiare a ridere, convinto che sia una scusa. L’unico modo che ho per smentire la sua tesi è presentarmi di fronte a lui il prima possibile.
Quando riesco a spegnere il motore, il cellulare segna le otto e quaranta. Ho consumato quasi del tutto il mio quarto d’ora accademico, devo sbrigarmi.
Pure con il fiatone e con i capelli che non hanno più un verso, riesco a essere di fronte a Stefano alle otto e quarantacinque.
“Ciao, scusami per il ritardo! Ti giuro che ce l’ho messa veramente tutta per essere qui puntuale, ma… io e la puntualità si vede che non siamo fatte proprio l’una per l’altra”.
Stefano non risponde. Mi guarda soltanto e allunga una mano chiusa a pugno verso di me. Oddio… vuole rifilarmi un cazzotto.
Sto per chiudere gli occhi. Cerco di ignorare il timore di non riuscire a evitare il colpo. Ma… che è impazzito?
Il cuore, nel petto, lo sento battere fortissimo. L’istinto mi porta ad allontanarmi di un passo.
“Ma… che ti prende, si può sapere?”.
Le sue dita si schiudono all’improvviso e un golosissimo bacio appare davanti ai miei occhi. La mia bocca si spalanca fino all'inverosimile. Guardo il cioccolatino e guardo Stefano che, invece, continua a guardare me.
Non dice una parola. Non batte ciglio. Per un attimo ho perfino il dubbio che stia continuando a respirare. Giusto un attimo, però. Perché poi, prima che io riesca a riprendermi dallo stupore e riesca a mettere in fila le parole nella mente per comunicare qualcosa che sia un minimo sensato, lo sento dire: “Ho pensato che non avrebbe avuto più senso aspettare”.
“Aspettare, per cosa?”. La sua risposta è solo un sorriso.
Sono costretta a ripetere: “Stefano… aspettare per cosa?”, prima di sentirlo dire: “Mi rendo conto solo adesso che… non ti ho mai detto che ti amo!”.
Di nuovo, solo un attimo. Una frazione di secondo. Stefano si avvicina a me lentamente e mi prende il viso tra le mani. Non  so se sono pronta per baciarlo. Eppure, vedendo i suoi occhi sempre più vicino ai miei, non sento timori, né dubbi. Lascio che con le labbra sfiori le mie. Sento sulla pelle il tocco caldo del suo respiro.
“Ti amo, Chiara. Volevo dirtelo, senza più pensare alle conseguenze. Se non mi vuoi, capirò”. Nulla di più, prima di regalarmi un bacio profondo.
La mia risposta alle carezze della sua lingua tarda un po’ ad arrivare, ma sentire improvviso nel cuore il desiderio di baciarlo è quanto di più bello potessi aspettarmi da quella giornata. In pochi, rapidi pensieri, Stefano non è più solo l’amico di sempre, il compagno di tanti momenti. È il ragazzo che non mi ha fatto mai mancare i pasticcini per una tazza di tè caldo, ogni volta che mi è capitato di stare poco bene. È la persona che ho potuto chiamare ogni volta, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a ogni guasto improvviso della macchina o a ogni blackout del computer. Stefano è stato la ragione di ogni sorriso, dopo ogni pianto. Il movente valido di ogni rialzarmi, dopo ogni caduta. Lo bacio ancora e ancora.
Quando le nostre labbra si separano di nuovo, mi sento un po’ incerta sulle gambe. “Non allontanarti. Tienimi ancora tra le tue braccia, ti prego”. Sento la stretta di Stefano tornare sicura intorno a me, a malapena mi rendo conto che passiamo in quel modo altri dieci minuti.
Il suono del Campanone arriva a rintoccare le nove e un quarto. “Io comincio ad avere seriamente fame e tu?”. Mi sarei aspettata di prenderci per mano e di incamminarci verso l’ingresso del ristorante. Invece…
“Penso che potremmo raggiungere piazza Grande, per la cena”. Stefano afferra la busta che aveva lasciato sul angolo dello scalino poco lontano. Non l’avevo notata, prima.
“Sushi?”. Lo domando con un sorriso e Stefano annuisce.
Ci vuole poco, per essere entrambi di fronte alla meraviglia assoluta che è il palazzo dei Consoli. Il suono di un nuovo quarto d’ora riempie l’aria.
Vorrei riuscire a fare mille domande, farmi spiegare per bene i tanti perché che mi frullano per la testa. Ma, ci sono felicità che non meritano di essere disturbate dai dubbi. Per questo, rimango in silenzio.
Come fossimo tornati a essere solo amici, con Stefano parliamo delle nostre rispettive giornate, delle ore passate chi a scuola e chi in ufficio e dei possibili programmi per quel fine settimana ormai alle porte e ormai vicinissimo al Natale.
 “Che ne dici di un bel film, al cinema?”. Stefano è un vero appassionato di Tolkien, sono convinta che andare a vedere Lo Hobbit gli piacerà. Annuisce.
Altre chiacchiere. Altri programmi. Il primo Natale insieme, come coppia, ancora tutto da progettare e… la magica idea del primo Capodanno.
Tra una chiacchiera e l’altra e un boccone di sushi, i minuti passano veloci. Manca un quarto d’ora alla mezzanotte, quasi incredibile non essersene praticamente accorti.
“Hai freddo?”. Stefano si stringe di nuovo a me. Lo accarezzo e sorrido, nel trovare quel gesto tanto naturale. Mi allungo verso di lui e lo bacio. So che non se lo aspettava con tanto slancio, ma non smetto di baciarlo.
Nuovi rintocchi. La mezzanotte.
Torno a fissarmi con gli occhi in quelli profondi di Stefano. “Felice nuovo giorno, amore”. La sua voce è un sussurro timido. Riprendiamo a baciarci.
“Ti andrebbe di tornare a casa insieme a me e di sistemarci in terrazza a guardare l’Albero, con due belle tazze di cioccolata calda a tenerci compagnia?”. La mia proposta potrebbe quasi apparire indecente, ma non vuole esserlo in realtà. Il bello di aver appena deciso di cominciare a frequentare il tuo migliore amico, sta proprio in questo. Ci si capisce anche nel rischio di essere fraintesi.
“Mi pare un’ottima idea”. Bacio.

Nessun commento:

Posta un commento